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La presentazione della mostra fotografica “Vietato! – I limiti che cambiano la fotografia”, tenutasi nel 2011 in Italia, a cui hanno aderito i più bei nomi della fotografia italiana, è stata una dichiarazione di coscienza su quello che sta accadendo e che causa danni irreversibili alla documentazione iconografica dei nostri tempi.

La presentazione di tale mostra recita: “Quando le generazioni future andranno a cercare immagini del modo di vivere di questo periodo storico non ne troveranno. E’ il più grave danno che la psicosi della privacy sta arrecando al modo di fotografare dei nostri giorni, inducendo nella massa un modo di pensare completamente fuorviante.”

Forse non è proprio così, le immagini che si scattano ora sono milioni ognigiorno ma se si guarda bene, la tendenza è verso una fotografia che mostra tendenzialmente se stessi.

Il mio progetto, sviluppato nel 2009 pone l’attenzione sul condizionamento che i fotografi di strada subiscono dalle norme non chiare, ma anche da tanti luoghi comuni che la legge sulla privacy ha comportato nel pensare della gente.

La ricerca di pose che impediscono al volto di essere riconoscibile, pose innaturali o che nascondo gli occhi, ma al tempo stesso che tentano di raccontare con difficoltà la vita intorno a noi, quella di ogni giorno, è stata la linea guida del progetto.

Henry Cartier Bresson parlava di attimi che raccontavano un mondo, questo è possibile ed è conciliabile oggi? La fotografia di strada, quella che coglie momenti significativi, può essere praticata chiedendo prima dello scatto il permesso e poi la liberatoria all’utilizzo?

E’ un lavoro che tenta di dire, “guardate se rispetto le leggi che cosa mostro, anche con tutta la originalità e fantasia possibile”.

Cosa racconterebbe la fotografia senza avere la possibilità di descrivere la vita di tutti i giorni attraverso i volti e il fare della gente qualunque?

Questo lavoro è il mio grido di allarme, ma anche una speranza che si possa chiarire e definire meglio la normativa esistente dando prevalenza, nel rispetto della dignità della persona, a forme d’arti nobili e che parlano di umanità come la fotografia.

Umberto Verdoliva

 

 

 

 

 

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