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alix_06Si tratta di un autore problematico, mi rendo conto della delicatezza e della “scabrosità” che potrebbe suscitare, ma, secondo me, nel panorama variegato degli autori interessanti, Alix va, a mio parere, annoverato tra i più geniali e controversi.

Alberto Garcia Alix è un fotografo spagnolo, tuttora vivente, nato il 22 febbraio 1956 a Leõn, le cui opere si trovano esposte nei musei più importanti di tutto il mondo.

Ha vissuto in prima persona tutto il periodo della dittatura franchista e poi la sua caduta, con la nascita della democrazia e della liberalizzazione del pensiero e dei costumi.

Per la sua formazione di fotografo ha frequentato la facoltà di scienze dell’informazione, con specifico indirizzo sull’immagine e iniziato la sua carriera di fotografo pubblicando alcune sue immagini sulla rivista Star.

Nel 1981 scopre la fotografia americana e, in particolare, rimane profondamente colpito da autori come Diane Arbus, Danny Lions e Walker Evans, che lasciano in lui un’impronta indelebile.

La sua produzione fotografia pressoché tutta in analogico, è rivolta per lo più al ritratto in BN. Egli si schiera verso una ricerca continua nel mondo del disagio e di quello che i benpensanti chiamano “Marginalità sociale”, vivendo in prima persona le esperienze della droga e della vita “spericolata”.

Le sue fotografie, crude, esibite senza imbarazzo, ci narrano di un mondo popolato da sesso, droga, omosessualità e deformità fisiche, mostrandoci corpi per lo più nudi, che sfiorano il pornografico senza tuttavia mai arrivarci.

Il tatuaggio, di cui egli stesso si ricopre generosamente, è un elemento ricorrente delle sue fotografie, così come l’autoritratto.

A proposito del significato di questa sua ricerca ossessiva della marginalità e del ricoprire il corpo con i tatuaggi, faccio mie le considerazioni di Massimo Recalcati, nel suo libro “L’uomo senza inconscio”, dove parlando dell’anoressia, ma il tutto lo possiamo traslare al nostro caso, scrive:

“Nella clinica contemporanea il rifiuto isterico del corpo sembra radicalizzarsi torcendosi contro se stesso; diventando rifiuto del corpo nelle forme estreme di una sua degradazione distruttiva, di un vero e proprio attacco al corpo. Il corpo martoriato dell’anoressica, marchiato da piercing e tatuaggi, ricoperto da tagli reali (come nelle esperienze estreme dei cutters), mascolinizzato nell’attività frenetica ed estenuante dell’esercizio fisico o esibito senza veli nella sua mostrazione pornografica, ridotto a oggetto di sevizie e di attività masochistiche più varie, trasfigurato dall’uso sempre più illimitato e perverso della chirurgia estetica, sconvolto dalla chimica anestetizzante e ipereccitante delle nuove droghe, schiacciato dal consumo compulsivo, bulimizzato, obesizzato, attraversato da continue somatizzazioni, esposto a pratiche pulsionali devastanti e suicidane, costantemente angosciato dalla “mancanza della mancanza”, dall’eccesso di godimento, sono configurazioni del corpo nello spazio dell’ipermodernità che evidenziano il narcisismo nichilistico che lo avvolge. Sono, cioè, configurazioni del “rifiuto del corpo” nell’epoca della crisi del simbolico e del trionfo dell’oggetto reale di godimento.segnando le esperienze, fermandole nella memoria come del tutto particolari e sottraendole alla banalità delle altre esperienze quotidiane.”

Il tatuaggio assume in lui, a mio parere, oltre che un significato di appartenenza a un mondo “diverso”, anche una sorta di ostentazione del proprio Io, misto, paradossalmente,  a un che d’insicurezza interiore che, in fondo, estrinseca una sua fragilità emotiva. Fragilità che si rende manifesta anche con utilizzo delle droghe (ammesso senza reticenze da lui stesso), verosimilmente vissuto sia come mezzo d’ispirazione artistica, sia come un suo totale coinvolgimento all’interno di un mondo ai margini.

Il suo modo di riprendere i soggetti, senza intermediazioni di alcun genere, senza compromessi moraleggianti, ricorda molto Nan Goldin, e qui di seguito vi propongo alcuni esempi:

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Autoritratto, 1984
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Come potete osservare le due caratteristiche principali sono la crudezza e l’ambiguo.

La crudezza con cui egli ci rende delle realtà scomode, che preferiremmo relegare in un recesso nascosto del nostro Io di fragili benpensanti, ma che egli ci costringe a far emergere con tutto il dirompente disagio e sapore amaro che pervade il nostro animo.

I soggetti si mostrano per quello che sono, senza alcun filtro che salvaguardi il nostro concetto di morale: ma di quale morale stiamo parlando? La nostra, forse un po’ bigotta e che preferisce eludere i problemi, o quella di Garcia, che ci pone di fronte a situazioni limite, ma reali, a un quotidiano fatto di sconfitte, degrado e abbrutimento. I suoi soggetti, come lui stesso, vivono l’abuso della droga, la libertà sessuale e il disinteresse per il domani. Egli ci propone l’antitesi del nostro mondo, ma il nostro mondo è quello giusto? Forse è solo quello che, ipocritamente, ci fa comodo e che talora rinneghiamo nel nostro privato più segreto.

L’ambiguo, come diversità interferente con la tassonomia della nostra quotidianità: bene e male, bello e brutto, morale e amorale divengono termini senza senso. Tutto si mescola, tutto diviene, appunto, ambiguo, tutto si perde in quella penombra dell’anima, tanto che non ci consente più di distinguere tra le nostre certezze emotive e la crudezza di un mondo che ci appare estraneo, ma che tuttavia è terribilmente reale.

Anche la deformità, come in Francis, è assunta, se non a un “bello”, quanto meno a una qualità necessaria al mondo di Alberto, quando riprende i temi della Arbus.

La presenza così pressante dell’autoritratto, Garcia la giustifica con il fatto che all’inizio non aveva il denaro per pagarsi dei o delle modelli/e. Tuttavia la presenza così intrusiva nei suoi lavori, mi spinge a pensare che vi siano anche ulteriori motivazioni più profonde.

Innanzitutto cerchiamo di comprendere l’essenza dell’autoritratto nei suoi risvolti psicodinamici.

In prima battuta mi viene in mente di accomunare l’autoritratto a uno specchio. Lo specchio, in campo psicoanalitico, ha un significato preciso: è un mezzo attraverso il quale il bambino procede verso la maturazione del suo IO, acquisendo la capacità di simbolizzare e di acquisire la coscienza di sé come entità autonoma.

Nel bimbo, soprattutto nei primi sei mesi, lo specchio è il volto della madre, con la quale egli si identifica. Se il rapporto con lei subisce storture traumatiche, anche il successivo rapporto con la propria immagine e il proprio IO diviene un’esperienza di tipo “Unheimlich”, cioè perturbante e lo specchio –e quindi l’autoritratto- assume l’ambiguo valore di una confessione e di un’accusa alla società: “Sono solo, così solo che non mi resta che produrre un mio autoritratto”. In questo mi ricorda l’autoritratto di Egon Schiele “Masturbazione”, in cui l’artista si ritrae nell’atto di masturbarsi davanti allo specchio:

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Atto attraverso il quale l’autore denuncia il grido strozzato di una solitudine senza speranza.

In un certo senso lo specchio, o nel nostro caso l’autoritratto, diviene uno strumento ambivalente: se da un lato è di rassicurazione, per questi soggetti fragili che manifestano problemi d’identità, inoltre li rassicura della loro esistenza al mondo. Dall’altro si materializza il concetto freudiano di “perturbante”, cioè di qualcosa che è stato un tempo familiare e rassicurante, che però è divenuto inconscio per rimozione e che, in un secondo tempo, per un meccanismo d’inversione, da familiare e rassicurante, riaffiora dall’inconscio come estraneo e minaccioso: perturbante, appunto.

Nell’autoritratto possiamo leggervi anche un fondo di narcisismo, come cito da “Lo specchio dell’IO” di Stefano Ferrari [Editori Laterza]:

“L’apparecchio fotografico, anziché indurre i soggetti a mettere allo scoperto la propria personalità, sembra eccitare in loro, al contrario, l’impulso a nascondersi, a travestirsi, a deidentificarsi. Il modello, anziché cercare di definire la propria rassomiglianza, cerca di assomigliare a qualcun altro.”.

Credo che la sua intima insicurezza (intesa come timore di non capire/amare il proprio corpo), il desiderio di renderci partecipi in prima persona del suo mondo “ai margini” e la necessità di mostrarsi in situazioni oltre il limite, siano le molle che lo abbiano spinto – e che tuttora intervengano – a fare dell’autoritratto una modalità di comunicazione per lui fondamentale.

Tuttavia notiamo come nella fotografia che lo ritrae nell’atto di urinare, egli si mette una maschera, rifiuta di toccare il fondo, non vuole riconoscersi in un atto così basso e umiliante, che egli stesso, probabilmente, sente troppo oltre le righe.

Molto di lui è spiegato anche in queste interviste:

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Come abbiamo avuto modo di ascoltare si confermano le impressioni sul suo modo di fotografare e sul significato dell’autoritratto.

Veniamo ora alla fotografia di cui vi propongo la lettura il cui titolo è “Una Pequeña Historia De Amor” (“Una piccola storia d’amore”):

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Indiscutibilmente un’immagine mitica per il suo contenuto non certamente puramente indicale.

Il braccio, che appartiene ad Alberto, fa rientrare la fotografia, in fondo, nell’ambito dell’autoritratto, ma non di un autoritratto fisico, bensì dei sentimenti intimi, della libera espressione del proprio Io, del personale sentire l’affettività e l’amore.

In questa immagine, secondo me, abbiamo quattro elementi cardine per individuare la corretta chiave di lettura: l’avambraccio tatuato, il dito indice, il preservativo e il nodo al preservativo.

Il suo avambraccio, con la mano sono gli elementi più intrusivi del fotogramma; essi occupano lo spazio più incombente e sono quasi invadenti, deponendo per un desiderio di protagonismo e di esibizionismo oltre le righe.

I tatuaggi, dal disegno goticheggiante, trasmettono un messaggio diretto e inquietante, di appartenenza a un mondo distante dal nostro comune sentire. Un mondo fatto di paure, disagio e ombre, dove anche la violenza sia morale, che fisica ha un suo ruolo di protagonista.

L’indice in questa posizione allude al simbolo fallico della forza e della supremazia, anche in questo caso, l’elemento maschile vuole prevalere per sottolineare continuamente la sua mascolinità, ma nello stesso tempo ci narra della sua debolezza e fragilità, dell’insicurezza, del continuo bisogno di conferme, quasi che egli dubiti della sua potenza coeundi, dell’identificazione con il sesso maschile e cerchi continue conferme.

Nulla di più fallico, poi, del preservativo. Preservativo usato e chiuso da un nodo, potrebbe narrarci una storia di un rapporto finito, esaurito nell’atto sessuale della durata di minuti, freddo e senza affettività. Anche qui esce prorompente la personalità esibizionista e feticista dell’autore, il preservativo come souvenir, forse ricordo, di un momento, ma ancora una volta anche il continuo desiderio di sottolineare e testimoniare la sua mascolinità; quasi avesse costante necessità di rimarcare la sua capacità, la sua supremazia sessuale, che il suo stesso IO pone continuamente in discussione. Qui esce tutta la sua fragilità e debolezza: il nodo come simbolo di “castrazione”.

Tuttavia la posizione della mano mi richiama prepotentemente alla mente la mano di Adamo, dipinta da Michelangelo nell’episodio della creazione della Cappella Sisitina: e questo ci propone un’altra metrica di lettura.

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Egli ci vuole proporre forse un’allegoria sarcastica e dissacrante della creazione? Potrebbe essere. L’avambraccio e la mano non riconoscono la purezza dell’atto creativo, ma ci pongono di fronte alla creazione non come atto escatologico, generosità di Dio, bensì la sua antitesi, la negazione della generazione della vita, sottolineata dalla presenza del mezzo anticoncezionale e rafforzato dal nodo. Da quel nodo che assume il compito di simboleggiare la sua chiusura all’affettività, alla gioia di donarsi e di aprirsi alla vita.

Due letture, in fondo accomunate da una valutazione confluente sull’autore: esibizionista e narcisista, feticista e insicuro, ma nello stesso tempo arrogante e violento (non nel senso fisico del termine), sono queste le caratteristiche che delineano, a mio parere Alberto Garcia Alix e che traspaiono dalla lettura dalla sua fotografia. Antecedentemente ho fatto un accostamento con la fotografia di Nan Goldin. Rispetto alle foto della Goldin, dove si avverte chiaramente una sensazione di vera sofferenza per la violenza subita, di profondo coinvolgimento emotivo con i suoi personaggi, nelle immagini di Garcia, si percepiscono nettamente sentimenti di distacco emotivo, freddezza e di prevaricazione dell’IO del fotografo sugli altri. Il suo vivere nel e con il disagio non è una condizione di sofferenza, ma di compiacimento, io trovo quasi un che di sado/masochismo, uno stare bene così. Attraverso le sue fotografie non sono riuscito a trovare un vero phatos, cioè un dialogo, un mettersi in rapporto con gli altri, bensì solo un freddo egoismo, un volere prevaricare ed essere sempre nel ruolo di attore protagonista, di regista, che muove le sue pedine freddamente e con certosina ricerca del suo Io ipertrofico.

O no?

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