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alexey_portrait1Alexey Titarenko è un fotografo russo, che nasce nel 1962 a San Pietroburgo (allora Leningrado). Dal 1977 al 1978 studia fotogiornalismo e fotografia presso la Pubblica Università di Leningrado. Nel 1983 consegue il master di “Fine Arts” presso il Department of Cinematic and Photographic Art di Leningrado diplomandosi con una tesi sulla fotografia dal titolo: “French 19th Century Photography”. Ha vinto numerosi premi e ha esposto nelle maggiori gallerie mondiali. Attualmente vive e lavora a New York.

La serie più significativa di questo autore è sicuramente “City of Shadows”, che ha la sua origine negli anni ’90, subito dopo la caduta del regime sovietico. A tale proposito riporto le parole di Alexey tradotte da una sua intervista a Martin Momen:

“The idea for City of Shadows emerged quite unexpectedly and quite naturally during the collapse of the Soviet Union in the fall of 1991. At that period I continued to work on my earlier series Nomenklatura of Signs. I realized that I was struggling with emptiness and that my creative impuls- es were running the risk of contemplating ideas that were no longer valid. The Soviet people, who had been deprived of their individuality by a criminal regime, had begun trans- forming themselves from smiling and happy-looking ‘signs’ into wandering shadows… More than anything, I wanted to convey my ‘people-shadows’ metaphor as accurately as possi- ble. This metaphor became the core of both my new vision and new series. I placed my camera near the entrance to the Vasiliostrovskaya subway station, where the shopping district was located. A crowd of people flowing near trying to enter in formed a sort of human sea, providing me with a feeling of non-reality, a phantasmagoria; these people were like shadows from the underworld.”

“L’idea di produrre City of Shadows emerse in modo inaspettato e naturale durante la caduta dell’Unione Sovietica nell’autunno del 1991. In quel periodo stavo ancora lavorando alla serie Nomenklatura of Signs. Compresi che stavo combattendo contro il nulla e che la mia vena creativa rincorreva idee ormai obsolete.

Il popolo Sovietico, privato della sua individualità da un regime criminale, aveva iniziato a trasformarsi da popolazione felice e sorridente, in un ammasso di ombre vaganti. Il mio intento fu di tradurre il mio “popolo ombra” in una metafora che potesse esprimere in maniera il più aderente possibile, la sua situazione attuale. Questa metafora divenne così il perno sia della mia creatività, che della nuova serie.

Così decisi di piazzare la mia fotocamera all’ingresso della stazione della metropolitana Vasiliostrovskaya a San Pietroburgo, che è uno dei centri commerciali più affollati.

La folla creava una sorta di mare umano che cercava di fluire ininterrottamente verso l’ingresso, suscitando nel mio animo una sensazione d’irrealtà e fantasmagoria: erano come ombre da un mondo sotterraneo.”

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Delle immagini di questo lavoro quella che più di tutte ha attirato la mia attenzione è questa:

 

Alexey-Titarenko

È la fotografia citata dall’autore, scattata all’ingresso della stazione Vasiliostrovskaya della metropolitana a San Pietroburgo.

Innanzitutto una breve premessa per porre in evidenza come la scelta di Titarenko di utilizzare la posa lunga sia molto meditata ed egli sia perfettamente consapevole del suo significato semantico. Egli stesso riferisce di come alla scuola di fotografia, abbia appreso perfettamente i meccanismi e i significati di questa modalità di ripresa:

“…So, I knew all of this. And the philosophical aspect and the technical aspect of what a long exposure might do. And I took pictures when I was eight with long exposure when the light wasn’t enough. Especially, I loved the fireworks, so I was taking pictures of the fireworks, long exposures with a lot of people moving on the ground because there’s always a lot of people looking at the fireworks. But I didn’t have a feeling that this something that would help me in my artis- tic researches, and the first time I felt that long exposure might help me actually was when… I start it with the image I described in my artist statement, the subway station. This was a strong shock, emotional, and spiritual, intellectual also. So, after that I was really convinced that this was the way I have to follow. That’s it.”

“…Così, sapevo tutto questo. Sia l’aspetto filosofico che l’aspetto tecnico di quello che una lunga esposizione fosse in grado di fare. Già quando avevo otto anni iniziai a scattare fotografie con lunga esposizione, quando la luce non era sufficiente. In particolare ho sempre amato i fuochi d’artificio, così mentre riprendevo, potei notare l’effetto delle esposizioni lunghe sulla massa di persone che si spostano davanti, dato che c’era sempre tanta gente a guardare i fuochi d’artificio. Ma ancora non afferrai come questo qualcosa mi avrebbe aiutato nelle mie ricerche artistiche e la prima volta ho compreso come la lunga esposizione mi avrebbe aiutato nella mia ricerca artistica fu quando… come ho descritto nel mio intento artistico, scattai alla la stazione della metropolitana. Questa fotografia rappresentò per me un forte shock emotivo e spirituale e anche intellettuale. Così mi convinsi che questo era il metodo che devo seguire. Tutto qui.”

Quindi una scelta consapevole, dai risvolti lirici di grande impatto emotivo.

La folla, anonima e congestionata, si muove non si sa verso quale meta. La sua forma indistinta rende molto bene il fluire del tempo, ma anche ci porge sentimenti di angoscia, che penetrano nel nostro profondo.

L’inquietudine dell’essere nulla, prendendo coscienza di un’identità perduta, di una massificazione del proprio io, ci accompagna nella lettura di questa fotografia. Tale sensazione è esasperata dalla presenza sulle sponde, di alcune mani più evidenti, che sembrano gridare al mondo di esistenze perdute, dissolte in un mare di ombre vaganti.

All’angoscia del nulla, Alexey contrappone la certezza dei corrimano, la solida realtà di un mondo freddo e impersonale: del metallo e del marmo; tutto su uno sfondo imperturbabile di palazzi e negozi avvizziti dal tempo.

I contrasti tra il mosso della gente, così ricco ed esasperato, e il fermo dei palazzi e delle strutture ci gridano in faccia di come il tempo trascorra solo per noi umani, di come siamo precari e destinati all’oblio della memoria. Nulla resterà di noi, nemmeno un ricordo confuso e dall’angoscia passiamo al terrore dell’annichilimento.

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2 Comments

  1. SUPERB Post.thanks for share..more delay.

  2. Great post. I am confronting a couple of these difficulties.

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