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Quest’anno mi sono recato a visitare il MIA Photo Fair, ma anche questa volta la delusione è stata grande.

Tralasciando i soliti mostri sacri della fotografia, con le loro fotografie ormai viste e straviste sulle quali non mi esprimo, sono stato colpito dalla massa di fotografie banali che ho avuto modo di visionare.

Soprattutto paesaggi e architetture appartenenti alla serie del “poster” da camera dei ragazzi.

Da questa massa informe di mediocrità anonima, solo due autori, a mio parere, meritano attenzione.

Quasi nascosto in un recesso proprio all’inizio delle esposizioni, sono stato folgorato dalle fotografie di Ştefan Bădulescu.

Autore rumeno, conosciuto dai critici, ma sconosciuto al grande pubblico, propone lavori concettuali di rilevante fattura estetica e profonda connotazione.

In un passo di una intervista egli definisce così il suo lavoro:

“Le mie opere trasformano la realtà immediata utilizzando la fotografia digitale, trasformandola in un regno surreale pieno di simboli, miti e significati che non danno alla “semplice” fotografia un nuovo modo ben accolto per diventare un linguaggio visivo diverso. Mi interessano anche le aree che a prima vista mancano di contenuti estetici rilevanti e la possibilità di conferire loro un’aura di raffinatezza visiva.”

Con la sua serie Neo Geometry egli raggiunge un elevato grado connotativo, mescolando elementi grafici, apparentemente insignificanti e misterici a immagini che possono sembrare banali all’osservatore superficiale, ma al contrario ricche di simbolismi.

Nell’immagine, piccola, sottostante egli pone, quasi come in un’icona, un frammento dell’immagine sovrastante e questo mi ricorda la famosa fotografia surrealista di Dalì, in cui il “rocchetto” era il vero punctum dell’autore, analogamente egli sottopone alla nostra attenzione quello che dovrebbe essere la chiave di lettura iconica.

Lavoro molto intellettuale, che fa piacere osservare con attenzione e che si presta a molte chiavi di lettura mettendo a dura prova il background culturale del fruitore.

Un altro autore che mi ha colpito è Mario Kukki, lo conosco bene e il suo nuovo lavoro, che ha presentato quest’anno al MIA, ha particolarmente colpito la mia attenzione per l’originalità e la connotazione delle sue opere.

Egli si è buttato a capofitto sul tema dell’ecologia e, nello specifico, ha sottolineato il problema del buco nell’ozono.

Per realizzare le sue fotografie ha utilizzato proprio i tappi dei vari spray contenenti CFC, bucandoli con una fiamma e fotografando, attraverso il foro delle piante.

Il risultato è interessante perché attorno ai soggetti si crea una deformazione che richiama appunto il buco dell’ozono e nello stesso tempo riporta alla mente dell’osservatore l’effetto dannoso che questo esercita sulla natura, che risulta deformata e violentata.

Le sue fotografie, pur in un’accezione naive, trasmettono molto bene il messaggio e sottintendono una ricerca scrupolosa e di impatto sia visuale che concettuale.

Il fruitore riesce con facilità a decodificare il messaggio e ad apprezzarne il valore e la fatica.

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