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Purtroppo il reportage è nato con un grave peccato originale, che consiste nel dovere mostrare non la realtà, ma l’interpretazione del reporter, il quale sul luogo di un evento, si pone come esegeta e non come spettatore che racconta.

Inizialmente la mediazione del fotografo era mirata a edulcorare i fatti, ad anestetizzare gli orrori di un conflitto, come fece Fenton con le sue fotografie e successivamente anche Riis, Evans e la Lange, nel documentare la grande crisi americana, dimostrarono di prediligere più una fotografia pilotata dal filtro dell’opportunismo interpretativo, che non il desiderio di proporre la realtà nella sua sincera crudezza sociale.

Del resto per far passare messaggi completamente diversi di uno stesso avvenimento basta semplicemente inquadrare la scena non per intero, ma darle un taglio parziale, come è bene illustrato in questa immagine:

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Taglio che può essere eseguito al momento dello scatto oppure successivamente come ad esempio fece Ut con la sua famosa immagine del Vietnam.

Rarissimi sono gli esempi di un reportage sincero e veramente documentale, a tutt’oggi si contano veramente pochi reporter quasi obiettivi nel narrare i fatti.

Certamente un reporter completamente obiettivo e neutrale è una chimera assolutamente impossibile, egli comunque pone sempre dei filtri legati alla sua cultura e ideologia e così non potrà mai darci una versione fotografica icastica di un evento.

Quando poi il matrimonio con la stampa venne a mancare, il reportage entrò in una crisi profonda, che anche tutt’oggi lo soffoca.

I fotoreporter si sono resi conto che per vivere delle loro fotografie devono presentarle con un look drammatico ed estetizzante, talora così enfatizzato da rasentare il grottesco, e con luci e colori che possano immediatamente muovere nello spettatore una massa di emozioni violente e che lo svincolino dalla necessità di pensare all’avvenimento, ma lascino solo spazio alla commozione e al dolore.

Parlando con Sandro Iovine del magnifico lavoro di Majoli recentemente in mostra a Monopoli, mi rendo conto che ormai la prevaricazione dell’estetizzazione e della interpretazione personale hanno cancellato definitivamente la funzione documentale del reportage.

Il lavoro di Majoli, assolutamente ineccepibile da un punto di vista estetico, ci rende una sua personale visione emotiva della vita dei migranti, anche se talora mi lascia un po’ l’amaro in bocca a causa di alcune immagini già sfruttate come questa:

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che riprende dei deja vu tipo la “Pietà del Kossovo” di Georges Merrillon.

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Ma ormai questo è il nuovo reportage e questo dobbiamo digerire. Il vero reportage documentale è morto, anzi probabilmente abortito, allora: “VIVA IL REPORTAGE!”

 

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