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Una delle domande che mi sorgono frequentemente nel leggere una fotografia riguarda il rapporto tra quello che passa nella mente del fotografo al momento dello scatto e l’aspetto connotativo della sua fotografia.

Aveva, il nostro fotografo, chiaro quello che è il messaggio “nascosto” all’interno della sua fotografia, oppure gran parte di quello che io interpreto come connotazione è solo frutto di fortuite casualità?

Non è una questione da poco, considerando che l’aspetto connotativo è la base per una fotografia di valore “artistico” (uso un termine improprio, ma semplice da condividere), che fa la differenza con una fotografia banale.

Personalmente sono convinto che la maggior parte dei fotografi impegnati abbia piena coscienza dell’aspetto connotativo riferito alla fotografia che stanno scattando, basti citare, uno per tutti, Ansel Adams. Egli ci ha lasciato informazioni preziose su come produrre fotografia assolutamente pianificate nel loro aspetto connotativo, anche quando, come nel caso della sua famosa fotografia “Moonrise in Hernandez”, egli si trovò in una situazione di emergenza fotografica. Un altro esempio ci viene da “Il ponte di terza classe” di Stieglitz, anche qui il racconto dell’autore ci testimonia della capacità di studiare l’immagine prima dello scatto, arricchendola con una componente connotativa di grande spessore.

Altre volte ho l’impressione di forzare la lettura della fotografia, cercando un aspetto contenutistico a tutti i costi, senza pensare che magari l’autore non aveva preso in considerazione nulla di quello che io vedo attraverso il mio filtro culturale. Per essere concreto potrei riferirmi alla fotografia che ho recensito da poco di Kertész.

Qui l’autore non mi fornisce delle indicazioni dirette, tuttavia egli è noto per la sua ricerca formale e delle geometrie, ricavate dagli oggetti e/o dalle loro ombre, pertanto sviluppare la lettura della connotazione di questa fotografia rifacendomi ai giochi grafici e delle forme, mi è sembrato corretto.

Rimane il problema di come egli possa avere scattato questa fotografia consapevole di quanto io abbia successivamente percepito procedendo alla sua lettura.

Io penso che tutti gli autori dotati di elevate capacità artistiche e con un consistente bagaglio culturale, sono in grado di trasfondere queste loro doti direttamente nella foto che stanno per scattare, anche senza dover pianificare lo scatto apriori.

Penso che nella loro mente quando tutto quello che è inquadrato nel mirino trova una corrispondenza con le loro aspettative artistiche e culturali, senza porsi molte domande, procedono allo scatto.

Questo processo mentale presuppone quindi un’istintività guidata da un background culturale e da una profonda conoscenza del mezzo comunicativo, cosa assolutamente fisiologica in fotografi di grande spessore.

Per fare riferimento a questa proprietà ho pensato di coniare il termine “Istintività culturale”, che ritengo sia appropriato e che rifletta adeguatamente il concetto che ho esposto sopra.

Pertanto utilizzando questa terminologia, a mio avviso, sarebbe possibile riferirsi a un complesso percorso d’interazioni: fotografo – inquadratura – connotazione, che porta alla produzione di una fotografia ad alta connotazione, senza che il fotografo debba ricorrere a una pianificazione ragionata preventiva per procedere allo scatto della sua fotografia.

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