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image001Misha Gordin è uno dei maggiori fotografi viventi nel campo concettuale.
Nato nel 1946 in Lituania, sotto il regime comunista, vive con fatica i suoi primi vent’anni, diventa ingegnere e inizia a lavorare nella “cinecittà” di Riga come specialista di effetti speciali. Poi con la famiglia emigra negli USA, dove vive tuttora.
Nel 1972 affronta il suo primo lavoro concettuale.
Le sue opere sono visibili nel suo sito

Le sue fotografie non sono elaborate con sistemi digitali, bensì analogici, riprendendo i vari elementi separatamente e componendoli insieme in sede di stampa.
Per meglio comprendere l’opera di Gordin, mi sembra opportuno proporvi alcune sue frasi emblematiche, che ci aiuteranno a comprendere meglio la sua opera:

“Devo rivolgere il mio obiettivo al di fuori, verso il mondo che mi circonda, o all’interno, verso di me? Devo fotografare la realtà o creare il mio mondo, credibile, ma non tangibile?”.

 “Un concetto mediocre, anche se eseguito perfettamente, dà come risultato una fotografia mediocre. Pertanto l’elemento più importante per un’immagine potente, è il concetto.”.

 “A un certo momento della mia vita, tutte le mie energie le ho completamente incentrate alla ricerca di qualcosa di “nuovo” in fotografia.

Una mattina, mentre stavo seduto fuori dalla casa al mare di mio padre, ho notato il giardiniere che stava spingendo la carriola…

Nella mia mente si è innescata la visione di una donna nuda che spingeva una carriola piena di bambole rotte, in un campo immenso, sferzata da raffiche di vento. Più tardi quello stesso giorno, ho visto un gruppo di ragazzi di una banda musicale che camminavano dall’altra parte della strada con i loro strumenti. Uno di loro portava il tamburo. Mi ha colpito come un fulmine.

Quello era l’elemento mancante che stavo cercando. Ho avuto questa visione, semplice e chiara. Ho fatto un disegno della futura immagine e ho iniziato a comporre tutti gli elementi. Successivamente impiegai diverse settimane per trovare la location giusta, gli oggetti di scena e i modelli.”.

Veniamo ora alla fotografia che ho scelto. Essa fa parte di una raccolta denominata “The New Crowd”, che fa parte di un lavoro di 24 immagini composte tra il 1996 e il 2002.

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 Per cominciare possiamo subito inquadrare l’immagine tra quelle di tipo “Mitico”, stando alla classificazione di Floch, cioè di quelle che hanno un contenuto prettamente costruttivo.
Andando oltre con l’analisi cogliamo subito l’evidenza di una ritmica di curve, interrotta da quello che si configura come un viso sfigurato da un urlo soffocato. Il ritmo di base lo possiamo leggere sia in orizzontale, con un alternarsi di semicerchi “su e giù”, oppure in obliquo, espressione di un ordine perfettamente precostituito.
Il tratto distintivo di queste geometrie metriche è la monotonia, la persistenza quasi di un suono unico e angosciante.
L’utilizzo sintagmatico del contrasto enfatizza questa ritmicità, mentre il volto urlante spicca per un utilizzo più vivido della luce.
La sua presenza interrompe il ritmo ossessivo, quasi come una nota cacofonica, una vera stonatura, cosa che, in effetti, è. Notiamo, procedendo nell’atto interpretativo, che i contorni del volto mantengono sostanzialmente la metrica delle altre teste, ma sono le linee dei somi (occhi, naso e bocca), a darci la netta sensazione di una dissonanza geometrica, che ci introduce in una lettura stocastica dell’espressione del viso.
Orbene se ci fermassimo all’analisi plastica di Floch, saremmo limitati alla sola lettura di una geometria astratta, il cui significato complessivo non sarebbe in grado di portarci a un’interpretazione esaustiva e appagante della foto in questione: in una parola l’immagine non è coercizzabile in un puro esercizio plastico astratto.
Sempre in ambito semiologico, allora, è conveniente ricorrere alla lettura iconopoietica di Juan Magariños de Morentin, introdotta in un convegno del 2007.

[Calma, calma, calma. Non è una cosa terribile o troppo complicata: ora spiego. Per Iconopoiesis si intende la potenza o efficacia della forma. La ICONOPOIESIS configura la prima impressione, il primo moto d’animo, che colpisce il nostro profondo,
quando osserviamo un segno (immagine, icona, simbolo, ecc.). Questa emozione è prodotta dalla forma del segno, sommando il senso interpretativo, al sentimento che noi attribuiamo alla cosa osservata. Per dirla con le parole dell’autore: “Quando un’immagine genera o un’emozione intima non sperimentata prima, e quando
un’immagine consente di percepire una presenza, che non sia stato possibile percepire prima della sua configurazione iconica, o quando il modulo si comporta come una dichiarazione simbolica con efficacia performativa di un dato comportamento,
allora si può parlare di iconopoiesis provocata della capacità di indurre un sentimento, ente o un comportamento, in quanto derivanti dalla efficacia dell’interpretazione legata alla forma. Quindi, parlerò di iconopoiesis.” Riducendo e semplificando ulteriormente: “Quando identificando una forma e questa produce nel nostro animo emozioni nuove e mai
provate, o induce comportamenti o idee particolari, allora, parlando di quella forma, simbolo, immagine, ecc., si parla di iconopoiesis”.]

 

Tornando alla nostra fotografia è evidente che il riconoscere nelle forme delle teste umane glabre, viste posteriormente, disposte in un ordine quasi militare, uniformate e, tra loro, riconoscere un volto disposto antiteticamente, con gli occhi chiusi, deformato da un urlo muto (esprimendomi con un ossimoro), scatena in noi molte emozioni e possibili interpretazioni, anche del tutto personali.
Tuttavia per un’interpretazione corretta dobbiamo anche rifarci al surrealismo, che come sappiamo trova il suo primum movens nel motto dell’inconscio, come avviene nel sogno. Nella libera associazione d’idee, senza schemi e senza vincoli morali, comportamentali estetici o quant’altro.
Questo ci appare chiaro nella descrizione che Gordin fa del suo primo lavoro, come ho riportato sopra. Ma poi tutto cambia e si rivoluziona.
Da un intrigo di flash sensoriali, apparentemente senza una connessione logica, egli è in grado di estrapolare, da queste ispirazioni oniriche, dei concetti che trovano una loro lucida realizzazione: addirittura Misha, prima di comporre l’immagine fotografica, disegna la scena nei suoi minimi particolari. Come filo di lettura, per questa foto e questa serie, ci regala poche righe di una poesia ermetica:

“Per infrangere il silenzio della paura

Per incenerire le porte di un destino crudele

Per innalzare un monumento al dolore

Per la crudeltà della razza umana”

 

E ora, con questi elementi cerchiamo di leggere l’immagine.
In una folla anonima, ordinata, rappresentata da teste uniformi, addirittura uguali possiamo interpretare il comune sentire di un’umanità anestetizzata, che ha deciso di non scegliere, di non ribellarsi. Ogni sentimento sia esso di dolore, che di piacere non ci è dato conoscere, nemmeno il pensiero, o un suo abbozzo possiamo tentare di indovinare. Tuttavia i toni cupi, il contrasto che depone per un netto low key, accende in noi osservatori emozioni vivide cariche di angoscia, di nervosa inquietudine in una calma innaturale. Siamo assaliti da un sentimento di paura, come se, da un momento all’altro, qualcosa di terribile possa accadere. Accanto a ciò, l’inespressività delle nuche glabre, accende nella coscienza la consapevolezza di una spersonalizzazione dei soggetti, quasi fossero automi privi di capacità decisionali o di sentimenti umani.
Tuttavia in mezzo a questo mare di tormenti e affanni emerge un volto, sottolineato da una maggiore luminosità. Questo volto, rivolto contro la conformità tormentata, tiene gli occhi chiusi, teso in uno sforzo sovrumano, come se tutte le sue forze fossero convogliate, usurate e compresse, in quell’atto di ribellione. Atto che vuole rompere l’umiliazione di una vita senza sbocchi, che vuole esprimere una presa di coscienza del proprio esistere, della propria individualità. Tuttavia quella bocca spalancata in un urlo muto di dolore e di ribellione, ci dà anche la netta sensazione dell’inutilità del suo solitario agire. Afferriamo la convinzione che di lì a poco egli sarà soffocato ed eliminato dall’umana crudeltà, affinché tutto rientri in un silenzioso ordine della paura. Ma, in fondo, questo volto, disegna anche un moto di speranza, la possibilità di una via di fuga verso la libertà. La capacità di rompere la gabbia che ci tiene tutti prigionieri di un male oscuro che è il conformismo e la passiva accettazione di una condizione deteriore.
Questa lettura, ovviamente, non ha la pretesa di essere l’unica, anche per il motivo che la fotografia che vi ho proposto, per sua definizione, può generarne molteplici: qui sta il bello di queste fotografie. Comunque gli strumenti semiologici che abbiamo utilizzato, soprattutto l’iconopoiesi, ci rendono meglio fruibile una profonda ed emotiva interpretazione delle forme, superando la lettura di Floch, che trova nell’astrazione delle geometrie la sua chiave principale di lettura e i suoi limiti.
Nello stesso tempo l’iconopoiesi apre a interpretazioni multiple, dettate dal rapporto forma e introiezione emotiva della stessa, lasciando così aperte molti percorsi

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