Categoria: La foto sotto la lente

  • FETICISMO E OMOSESSUALITÀ IN ROBERT MAPPLETHORPE

    FETICISMO E OMOSESSUALITÀ IN ROBERT MAPPLETHORPE

    hc2Robert Mapplethorpe nasce nel 1946 nel Queens e segue a Brooklyn una scuola di pittura e scultura, dove conosce personaggi del calibro di Duchamp.

    La sua avventura nel mondo della fotografia inizia con l’acquisto di una Polaroid e successivamente di un’Hasselblad, con le quali, lavorando sempre in studio, riprende amici e modelli per la sua produzione artistica rivolta principalmente al ritratto.

    Nel 1986 gli è diagnosticata una forma di AIDS, che lo porta a morte a Boston ne 1989.

    Robert ha una carriera breve, ma con la sua fotografia segna un solco profondo nel mondo artistico del secolo scorso.

    La sua fotografia risente molto dei suoi studi artistici, soprattutto nell’ambito della scultura, e la sua ricerca fotografica punta costantemente a un’analisi estremamente sofisticata e rigorosa del corpo, soprattutto maschile, attraverso l’analisi della sua anatomia.

    Egli punta a un’osservazione maniacale delle ombre, delle luci e delle geometrie, che le strutture muscolari e dell’albero circolatorio disegnano sul corpo dell’uomo, soprattutto di colore, che per lui diviene un feticcio quale espressione di una mascolinità primitiva e selvaggia, contrapposta a quella più mitigata dell’uomo bianco.

    Talora nella sua ricerca della perfezione scultorea del corpo, egli addirittura lo pone su un piedistallo e mima l’arte della perfezione degli attici, cadendo però verso un forma di vero e proprio kitsch, come in questo esempio:

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    d4479011r
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    Fotografie come questa testimoniano come l’autore a volte si faccia sopraffare da una spasmodica ricerca della perfezione per la scultura classica, perdendo di vista le sue potenzialità creative.

    La fotografia che mi ha più colpito e che a mio parere riassume in sé molti, se non tutti, i semi dell’arte figurativa di Mapplethorpe è la seguente:

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    robert-mapplethorpe-1
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    La prima caratteristica che salta all’occhio è che l’autore ha tagliato volutamente i volti. Questo potrebbe fare dire a molti che si tratta di una fotografia affetta da una grave carenza estetica, ma non è così.

    Robert vuole subito chiarire che tutto il suo sforzo creativo è orientato verso un’interpretazione plastica dei corpi, pertanto i volti avrebbero distolto l’attenzione dell’osservatore, considerando la loro potenza espressiva.

    Come da sua abitudine, retaggio degli studi di scultura, l’atteggiamento dei piedi ci rammenta subito che le pose sono assolutamente caratteristiche delle statue greche. Analogamente per le gambe e i lombi.

    Procedendo con la nostra analisi possiamo notare che Mapplethorpe ci propone tre personaggi dai caratteri ben distinti, non soltanto per l’ovvia appartenenza sessuale, ma anche per il colore della pelle e per la consistenza della struttura muscolare.

    Il maschio a sinistra ha una carnagione bianchissima e una struttura muscolare normale, con alcune piccole imperfezioni strutturali. La donna al centro ha una corporatura caratterizzata da una massa muscolare particolarmente sviluppata per il suo sesso e anche lei, comunque, presenta una lieve alterazione strutturale come la mammella destra (sinistra per chi guarda) più sviluppata della controlaterale e il colore della pelle più scuro, pur appartenendo a razza caucasica. Infine il soggetto a destra, di razza negra, presenta un corpo particolarmente muscoloso, armonico e perfetto in ogni aspetto.

    Dall’analisi che abbiamo condotto fino a qui, possiamo cominciare a fare alcune considerazioni; nonostante che il maschio bianco abbia il maggiore risalto cromatico, che lo fa notare immediatamente, conferendogli una certa prevaricazione agli occhi dell’osservatore a dimostrazione di una sua presunta superiorità, il maschio nero ha tuttavia un corpo perfetto e potente. Da lui sembra erompere una forza vitale aggressiva e primitiva, che gli altri due soggetti non hanno, probabilmente per l’autore egli, pur in un secondo piano in quanto a importanza sociale, è un vero e proprio feticcio espressione della virilità e della forza maschile primitiva e “selvaggia”, tale da rappresentare l’idealizzazione del maschio omosessuale.

    La donna con il suo corpo muscoloso, pur mantenendo una sua femminilità castigata, tende a mostrare essa stessa un che di virile, assumendo anche lei un ruolo androgino. Con la sua cute abbronzata si avvicina di più al soggetto negro, esprimendone alcune caratteristiche.

    Per inciso devo menzionare che Robert ha conosciuto e utilizzato come modella Lisa Lyon, la prima donna campionessa di Body Building nel 1980. Quindi una donna che agli occhi dell’autore ha perso, almeno in parte, la sua femminilità e in un certo senso, con la sua muscolosità, potrebbe essere assimilata a un “altro” maschio…

    L’aspetto prettamente plastico di questa fotografia va ricercato nel gioco grafico delle braccia e delle mani. Conoscendo il maniacale perfezionismo dell’autore per la scultura classica, viene subito alla mente la regola delle proporzioni auree, che a questa composizione conferiscono eleganza ed equilibrio, sottolineata anche dalle differenze cromatiche e dai pesi che esse sottendono.

    Robert Mapplethorpe in questa fotografia riassume il suo mondo. Da un lato ci narra la sua concezione della sessualità, dove la donna, pur con una sua indiscutibile individualità, tende a confondersi con il maschio del quale assume alcune caratteristiche fisiche. Egli ci presenta la negritudine come il feticcio espressione della sensualità più alta in quanto a forza vitale e armonia del fisico. Il bianco, proprio in virtù del suo colore prorompente, assume un ruolo di dominatore, ma nel contempo dimostra anche la sua fragilità.

    Massimo rigore tecnico e rispetto delle regole attiche della scultura classica, conferiscono equilibrio ed eleganza non comuni a questa fotografia vera espressione di genialità.

     

  • L’IMAGO DI PIO

    UnknownPio Tarantini, classe 1950, è un fotografo affermato e di chiara fama.

    Egli è un uomo umile e schivo, silenzioso e apparentemente ruvido, come il suo aspro e generoso, Salento.

    Qualità comune agli intellettuali del meridione, egli possiede un bagaglio di competenze di notevole spessore e i suoi libri, come l’ultimo: “FOTOGRAFIA ARABA FENICE NOTE SPARSE TRA FOTOGRAFIA, CULTURA E IL MESTIERE DEL VIVERE” (editrice Quinlan – 2014) non sono solo volumi fotografici, ma anche dotti saggi sulla fotografia, che certamente dovrebbero essere letti con attenzione da professionisti e non del ramo.

    IMAGO rappresenta certamente il filone di ricerca artistica più prolifico ed espressivo della sua vita di fotografo.

    Delle molte immagini ho scelto questa, dato che secondo il mio metro interpretativo è certamente quella che meglio racchiude tutti gli stati d’animo e le significazioni inconsce e consce della sua produzione artistica.

    [image_lightbox title=”ANNA LAURA E LE COLONNE ROSA” full_img_url=”http://www.fotocultura.eu/blogw/wp-content/uploads/2016/08/pio-tarantini-anna-laura-e-colonne-rosa.jpg”]
    pio-tarantini-anna-laura-e-colonne-rosa
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    Imago, nella sua accezione classica significa immaginare, creare con la mente. In psicologia junghiana entra in gioco l’imago quale elaborazione dei primi rapporti interpersonali, vissuti come una sorta d’imprinting.

    Io credo che la fusione delle due definizioni sia quella che più ci avvicina all’imago di Pio.

    Tuttavia ritengo che un elemento fondamentale, che entra in gioco in questa, come nelle altre della serie, sia il tempo. In particolare l’osservazione di una costante diacronia tra il tempo dell’umano e quello della natura e dei manufatti.

    Io credo che la figura umana, con il suo mosso, testimoni la fugacità dell’attimo del ricordo, della brevità della vita umana e dei sentimenti che quella persona ha portato via con sé.

    È indistinta, il fruitore non può identificarla e assegnarle una collocazione spazio/temporale e somatica, ma attraverso la sua fantasia, quella figura umana diviene una sua proiezione, un’imago del suo inconscio, un ricordo sbiadito dal tempo.

    Lo sfondo, caratterizzato da un colonnato e da ulivi, è immoto, silenzioso, come se per lui l’orologio del tempo si fosse fermato.

    Tuttavia le colonne dirute in primo piano ci ricordano che anche per le cose, che sembrano immortali, il tempo fluisce, più lentamente, come in uno spazio tempo parallelo, ma il monotono ticchettio dell’orologio accompagna anch’esse verso l’inesorabile traguardo finale.

    Che il tempo sia il protagonista di questa fotografia, Pio lo evidenzia anche grazie alla ritmica del colonnato e degli alberi di ulivo. La ritmica sottintende il ripetersi di un fenomeno nel tempo e ne pone l’accento e il suo trascorrere. Anche qui un riferimento preciso…

    In questa fotografia di Pio, individuiamo una diacronia, come ho posto l’accento prima, tra la fugacità della vita umana, la fragilità dell’essere umano e del suo ricordo, che presentano una rapida dissoluzione e la lenta erosione del tempo su i manufatti, su ciò che l’uomo costruisce e che gli sopravvive ampiamente.

    Pio, in conclusione, con la sua genialità, ci dimostra come in un unico spazio bidimensionale della stampa fotografica esistano due diversi universi temporali, come essi siano interconnessi e concettualmente rappresentabili, utilizzando con intelligenza il semplice espediente del mosso, la cui funzione in campo fotografico, fu perfettamente percepita dai fratelli Bragaglia.

  • SARAH MOON E LA MORTE NEGLI OCCHI

    SARAH MOON E LA MORTE NEGLI OCCHI

    sarahmoonSarah Moon è una delle più importanti fotografe di moda vivente.

    Sarah Moon, tuttavia, è un nome d’arte, il suo vero nome è Marielle Warin.

    Nasce a Vernon, in Francia nel 1941 da una famiglia ebrea, costretta a lasciare il paese per il Regno Unito per sfuggire agli orrori della persecuzione nazista.

    Negli anni sessanta rientra in Francia e si stabilisce a Parigi dove lavora come modella, ma dal 1968 decide di passare dietro l’obiettivo con lo pseudonimo di Sarah Moon.

    Rimanendo nel settore della moda, collabora con le maggiori riviste di settore e nelle campagne pubblicitarie di grandi firme come Cacharel, Dior, Chanel, Comme des Garçons e Issey Miyake. È stata la prima donna a realizzare un calendario Pirelli nel 1972.

    Accanto alla fotografia di moda, che le conferisce fama e onori, Sarah coltiva un suo personale modo di fotografare, basato principalmente sull’utilizzo delle pellicole Polaroid.

    È proprio a queste fotografie che rivolgo la mia attenzione in quest’articolo.

    Queste due immagini rappresentano un po’ la summa della tipologia iconica della Moon.

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    SarahMoon42004-844x1024

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    Innanzitutto nelle sue immagini, non compaiono mai uomini: solo donne. Questo ha portato molti critici, in particolare visionando il suo Calendario Pirelli del 1972, a ritenere verosimile un suo orientamento omosessuale. Tuttavia l’autrice non si è mai espressa in proposito e quindi resta un’illazione che ha le sue basi su una lettura delle sue immagini, che esprimono ossessivamente una femminilità senza tempo.

    Le sue fotografie sono antitetiche, da un punto di vista estetico, a quelle così perfette e leggibili del suo lavoro quotidiano nel campo della moda. Qui la nostra autrice crea delle immagini scure, sfuocate, mosse e deturpate anche fisicamente, ella in sostanza pone alla base della sua creatività un’estetica antitetica al suo quotidiano, quasi a volersi liberare di quei canoni che avverte come costrittivi e limitanti, come se l’eleganza della foto da rotocalco debba essere rabbiosamente distrutta in un gesto creativo e in un grido di libertà, così come sembrerebbe esprimere in queste sue parole:

    “[…]Et vive la liberté!… vive la liberté, je suivais son rythme, avec ou sans musique, et pour le plaisir, le plaisir du regard avant même celui de la photographie, l’un pouvait vivre sans l’autre et de toute façon j’ai toujours su que je n’avais rien vu si je n’avais pas vu au- delà des apparences. J’ai toujours su qu’il me fallait fermer les yeux avant de les ouvrir, et que mon oeil en choisissant n’était plus tout à fait le mien, qu’il n’avait pas son âge, qu’il voyait pour la première fois, qu’il découvrait ce que moi je reconnaissais en mon âme et inconscience.”

    “[…]Evviva la libertà!… viva la libertà, ho seguito il suo ritmo, con o senza musica, e per il piacere, il piacere di guardare davanti prima ancora di fotografare, l’uno potrebbe vivere senza l’altro, e comunque ho sempre saputo che non avrei visto nulla se non avessi guardato oltre le apparenze. Ho sempre saputo che dovevo chiudere gli occhi prima di aprirli, e che il mio occhio scegliendo non era più il mio, che non aveva età, che vedeva per la prima volta, che scopriva ciò che io riconoscevo nella mia anima e incoscienza.”

    Quindi questo suo uscire dai canoni le è funzionale per produrre arte, quella vera, che appoggia le basi su una solida genialità.

    La donna di Sarah si libera dai vincoli del quotidiano e diviene una donna senza tempo, che possiede i tratti e le forme di tutte le età. Una donna assolutamente onirica, che si nasconde e che è da ricercare con attenzione osservando teleologicamente la sua fotografia; la s’intravede appena affogata nel seppiato o nelle cromie cupe, diviene un’ombra sfuggente, accompagnata da un mosso astuto o da una ferita della pellicola inferta con maestria.

    La donna è quindi un’idealizzazione, una proiezione onirica di un ideale elaborato dalla sua mente, una donna metafisica e verosimilmente asessuata, non omosessuale, un suo costante autoritratto interiore attraverso il quale esprimere le angosce, i turbamenti e le ambiguità di un IO affannato alla perenne ricerca di un’dentità e di un equilibrio.

    E così veniamo alla lettura dell’immagine che ho scelto:

    [image_lightbox title=”” full_img_url=”http://www.fotocultura.eu/blogw/wp-content/uploads/2016/04/la-fille-de-leclusecSarah-Moon.jpg”]

    la-fille-de-l'ecluse(c)Sarah-Moon

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    Nella fotografia vediamo una bambina, ripresa secondo il piano americano dei ¾, vestita con un semplice vestitino che potrebbe essere tanto attuale quanto di moda tanti anni fa, le braccia aderenti al corpo, ma con le manine contratte, specialmente la destra, in una posizione, anche del corpo, tutto sommato “forzata” e innaturale.

    Questo atteggiamento innanzitutto ci rende l’idea di una tensione palpabile, come se l’autrice volesse trasmettercela con cruda evidenza.

    Come se la bimba fosse l’espressione di un disagio interiore dell’autrice e che intendesse comunicarcelo come il messaggio di aiuto di un naufrago che lo chiude in una bottiglia: lei nella sua fotografia, riquadrata da una cornice che delimita lo spazio a voler cancellare ogni riferimento al fuori campo per impedirci di poterla collocare in un luogo.

    L’abitino, poi, non solo non ci aiuta a collocarla in un tempo preciso, ma ce la rende ancora più atemporale, Sarah ci propone un contenuto senza tempo e senza luogo, così come sono i sogni.

    Il volto della bimba appare sfigurato da una vistosa abrasione del fotogramma, ma è proprio così?

    Intanto i capelli sono ridisegnati sopra la lacerazione dell’emulsione, a rimarcare che non sono quelli l’oggetto del gesto iconoclastico.

    Gli occhi sono invece ferocemente aggrediti, cancellati e sostituiti da due segni grossolani, sommariamente circolari, neri, che richiamano le orbite cave di un cranio.

    In questa fotografia il sogno, o incubo, dell’autrice si materializza in una serie di simboli che ci trasmettono l’angoscia, il tormento e la paura intorno all’essere bambina in un tempo, lo ricordo, in cui ella visse il trauma dell’odio razziale verso gli ebrei.

    L’odore della morte probabilmente l’ha solo sfiorata, ma in questa fotografia emerge con particolare violenza l’incubo che deve avere vissuto.

    Il suo è un vissuto senza tempo e luogo, un sogno dal quale le è difficile destarsi, ma che riesce, a mio parere, a trasmetterci e, spero a superarlo, proiettandolo fuori di sé, in un’immagine così complessa ed articolata, tutto il suo tormento.

     

  • IIU SUSIRAJA E L’AUTOIRONIA DEL PROPRIO CORPO

    Iiu Susiraja è fotografa finlandese, non molto conosciuta, tuttavia mi ha molto colpito la sua geniale autoironia nei confronti del proprio corpo e di un rapporto bulimico con il cibo.

    Le sue fotografie sono autoritratti che esprimono attraverso dei simbolismi allegorici, le sue ansie e le sue debolezze nei confronti della vita, senza alcuna volontà censoria, ma sempre con grande senso critico verso il suo corpo, che comunque accetta incondizionatamente, e il suo rapporto con il cibo, della cui dipendenza psichica oltre a non farne mistero, ne è pienamente conscia e critica.

    Tutto è offerto all’osservatore con aperta autoironia, quasi a voler esorcizzare il suo disagio interiore, ma che nasconde grandi messaggi etici e sociali.

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    La fotografia che voglio leggere con voi è invece questa:

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    Evitiamo subito ogni critica inutile circa il taglio delle dita dei piedi, cerchiamo di andare oltre e concentriamoci sul messaggio eidetico.

    Iiu ci mostra le sue gambe, pingui, quasi deformi. La loro deviazione estetica è sottolineata anche da un angolo di ripresa dal basso verso l’alto.

    Alle gambe sono appesi due sacchetti di plastica da freezer, trasparenti, retti in modo grossolano da giri di tipico nastro adesivo americano.

    All’interno due scarpe eleganti, adatte a una donna dal corpo decisamente diverso dal suo. Esse richiamano quello statuario di una modella. Sono scarpe che lei non potrebbe mai indossare, certamente, ma che porta ironicamente appese alle sue gambe, in un modo che può apparire anche forzatamente volgare, ma che sottolinea la sua fierezza di essere quello che è, una diversa estetica che si fa gioco di un bello codificato da una società dove tutto è edonismo.

    In questa fotografia troviamo uno scontro ironico e amaro tra etica e società, dove il codice estetico comune è messo in crisi, se non ridicolizzato, da quella che Kant definirebbe fascino dell’orrido che diviene il sublime, che si legittima quale elemento rilevante nella società e certamente non meno interessante del bello effimero di un corpo perfetto.

    Ecco come una fotografia, apparentemente banale e venata da una sottile rima satirica, si rivela invece densa di significati profondi che ci aprono nuovi orizzonti di lettura e di meditazione sui valori, talora precari, propri della nostra società consumistica.

  • LE GEOMETRIE NASCOSTE DI KERTÉSZ

    LE GEOMETRIE NASCOSTE DI KERTÉSZ

    andre-kertesz-steven-huszarAndré Kertész è stato certamente una delle menti fotografiche più geniali del ‘900.

    Egli è stato uno dei primi fotografi ad aver compreso la fotografia come un vero e proprio medium artistico, basando la sua produzione fotografica sullo studio della geometria e della forma.

    Nelle sue street, Kertész ha integrato forme e figure in primo piano con lo sfondo per conferire eleganza e poesia all’immagine.

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    16hvlz
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    Quello che appare subito evidente in questa fotografia è che pur presentandosi come una foto classica di street, essa porge all’osservatore interessanti contenuti plastici riferibili agli elementi geometrici che la compongono.

    Innanzitutto prendiamo atto che questa fotografia si snoda su diversi piani, lungo i quali avviene la narrazione del racconto fotografico.

    Il primo è rappresentato dagli schienali delle due sedie, la cui funzione sta nell’aprire la scena verso altre prospettive situazionali e di farci comprendere immediatamente quali siano le componenti geometriche basilari a cui fare riferimento nella lettura dell’immagine.

    Questi elementi geometrici sono incarnati dalle curve sinuose degli schienali delle sedie, che nel secondo piano prospettico affollano la scena, dando vita a un rincorrersi continuo di elementi astratti.

    È lapalissiano che tutte queste entità figurative e geometriche, estrinsecano una loro precisa ritmica che si ripete pari, pari nella prima e seconda fila di sedie.

    Questo gioco compositivo dona ritmo e movimento a un’immagine che altrimenti sarebbe statica e priva di ogni elemento d’interesse per l’occhio dell’osservatore.

    Gli elementi verticali dei fusti dei lampioni e degli alberi che affollano lo sfondo, richiamano quelli contenuti negli schienali delle sedie, tuttavia, avendo una massa maggiore, con pochi elementi, equilibrano contrastandola tutta la massa dei due terzi anteriori del fotogramma.

    Da quanto ho dedotto nei paragrafi precedenti, è assodato che il fotografo non ha lasciato nulla al caso, ma con maniaca precisione ha scelto di armonizzare tutti gli elementi dell’immagine in modo da trascendere la parte illustrativa e porgerci un elemento plastico dell’immagine di elevato valore connotativo.

    Last, but not least, prendo in esame la figura umana che sta camminando lungo il viale.

    Essa perde completamente la sua valenza di persona, per riconvertirsi in un’espressione di geometria astratta. Infatti, se la osserviamo con attenzione, la silhouettes che essa disegna posteriormente, richiama esattamente la geometria curva degli schienali delle sedie.

    L’autore ha così voluto, in modo quanto mai geniale, integrare perfettamente anche la figura umana in questo suo quadro astratto, facendole perdere la sua funzione d’immagine e conferendole, anche in questo caso, un’importante valenza connotativa e plastica.

    Così, volendo arrivare a una conclusione, desidero sintetizzare la mia prolusione, asserendo come un’immagine all’apparenza banale, quando è sottoposta a un’attenta lettura critica, si rivela come un capolavoro di armoniche geometrie astratte, che, a loro volta, conferiscono a questa fotografia una fondamentale valenza plastica e un peso connotativo di elevato valore culturale.

  • IL TEATRINO DI WILLIAM KLEIN

     

    PC__0088Klein nasce a New York nel 1928, frequenta la scuola di pittura di Fernand Léger. Approda alla fotografia più per caso e curiosità, che altro e, privo di ogni cognizione tecnica, comincia fotografare in modo fortuito vagabondando senza meta nella sua New York.

    Ironico e anticonformista con le sue fotografie rompe molte delle regole canoniche della fotografia di quel tempo. Inquadrature tagliate, storte o sgranate divengono per lui la normalità, tanto che quando decide di raccogliere le sue immagini e presentarle ad alcuni editori per un libro:

    “Nel 1950 non riuscivo a trovare un editore americano per le mie immagini di New York… Tutti quelli cui ho mostrato le foto esclamavano ‘Questa non è New York, troppo brutta, troppo squallida e troppo unilaterale’ hanno anche detto ‘Questa non è la fotografia, questa è merda!’”.

    Klein giustifica il suo gusto anticonformista con la sua ignoranza nella gestione tecnica della macchina fotografia, ma nei suoi occhi furbi e ironici, che ho avuto la gioia di scrutare incontrandolo di persona a Parigi, ho colto consapevolezza e capacità tecniche non comuni, con alle basi una solida cultura artistica.

    Nella sua fotografia nulla è casuale, tutto è ben calcolato e finalizzato a produrre un’immagine densa di contenuti.

    Nel suo girovagare per il mondo approda anche in Italia, intorno al 1959 gli anni della “Dolce vita”, conosce anche Fellini con cui collabora alla fotografia di alcuni film. Ma soprattutto è attratto dalla quotidianità della capitale e produce moltissime fotografie tra le quali questa di cui oggi cerco di farne una lettura.

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    klein_roma
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    A una prima occhiata è evidente come Klein abbia diviso il fotogramma su tre piani distinti: un primo piano con le sedie vuote, un secondo con le sedie e le persone e, infine, un terzo caratterizzato solo dalle sedie accatastate sul fondo.

    Incredibilmente sembra di essere a teatro, le sedie in primo piano assumono la funzione di un sipario che si apre sulla scena dove stanno recitando gli attori, dietro i quali troviamo un fondale. E non è un caso…

    Evidentemente le sedie in primo piano non hanno solo la funzione di rendere la sensazione di profondità, ma aprono alla scena collocata nel secondo piano, funzionando come i teloni di un sipario: esattamente come a teatro. Perché di teatro si tratta. La vita è una recita e gli attori sul palco recitano il ruolo di una quotidianità semplice e ironica.

    Due uomini conversano amabilmente, mentre il terzo, incurante di loro, osserva con “interesse” la signora elegante e particolarmente carina, mentre l’uomo seduto di fronte a lei guarda altrove, quasi annoiato.

    Come attori sul palcoscenico i soggetti inquadrati da Klein recitano la loro parte alla perfezione esprimendo al meglio le interazioni psicologiche che intercorrono tra loro. E qui sta anche la bravura di Klein nell’aver colto il momento migliore, nell’esprimere la metafora della vita in cui si mescolano sottile umorismo e semplicità, infatti tra i personaggi non si percepisce tensione, ma pacata rilassatezza e lo sguardo dell’uomo sulla sinistra sembra accarezzare con voluttuoso desiderio la donna dell’altro, rimandando a pensieri impuri, ma nello stesso tempo scanditi da sottile ironia.

    Lo sfondo disegnato dalle sedie impilate, assume una valenza grafica, astratta. Chi, come me è diversamente giovane, ricorda certamente quei muri di una volta, che presentavano disegni geometrici scavati a rilievo nel gesso dell’intonaco, molto kitsch, immancabili sia nei locali eleganti, che nei teatri.

    L’andamento sinuoso e ondeggiante del disegno conferisce energia e movimento alla scena, che altrimenti ci apparirebbe assai statica e anche monotòna. Il contrasto che crea vivacizza l’istante che Klein ha colto, armonizzando masse e volumi e forme in un equilibrio perfetto tra staticità e dinamica.

    La vita come una rappresentazione teatrale, ho richiamato sopra, e questo è vero soprattutto per quell’epoca in cui la “Rivista” era lo spettacolo più apprezzato. Il cliché della prima donna, attorniata dai ballerini, in fondo, in questa fotografia è riproposto molto bene, così come la vitalità di una società benestante e spensierata proiettata verso il boom economico.

    Ecco che così con semplicità e ironia, in una sola fotografia tutt’altro che banale, Klein ha saputo raccontare una generazione, esprimendo al meglio le sue doti di genialità, sensibilità e ironia, certamente non comuni.

  • LE OMBRE DI TITARENKO

    alexey_portrait1Alexey Titarenko è un fotografo russo, che nasce nel 1962 a San Pietroburgo (allora Leningrado). Dal 1977 al 1978 studia fotogiornalismo e fotografia presso la Pubblica Università di Leningrado. Nel 1983 consegue il master di “Fine Arts” presso il Department of Cinematic and Photographic Art di Leningrado diplomandosi con una tesi sulla fotografia dal titolo: “French 19th Century Photography”. Ha vinto numerosi premi e ha esposto nelle maggiori gallerie mondiali. Attualmente vive e lavora a New York.

    La serie più significativa di questo autore è sicuramente “City of Shadows”, che ha la sua origine negli anni ’90, subito dopo la caduta del regime sovietico. A tale proposito riporto le parole di Alexey tradotte da una sua intervista a Martin Momen:

    “The idea for City of Shadows emerged quite unexpectedly and quite naturally during the collapse of the Soviet Union in the fall of 1991. At that period I continued to work on my earlier series Nomenklatura of Signs. I realized that I was struggling with emptiness and that my creative impuls- es were running the risk of contemplating ideas that were no longer valid. The Soviet people, who had been deprived of their individuality by a criminal regime, had begun trans- forming themselves from smiling and happy-looking ‘signs’ into wandering shadows… More than anything, I wanted to convey my ‘people-shadows’ metaphor as accurately as possi- ble. This metaphor became the core of both my new vision and new series. I placed my camera near the entrance to the Vasiliostrovskaya subway station, where the shopping district was located. A crowd of people flowing near trying to enter in formed a sort of human sea, providing me with a feeling of non-reality, a phantasmagoria; these people were like shadows from the underworld.”

    “L’idea di produrre City of Shadows emerse in modo inaspettato e naturale durante la caduta dell’Unione Sovietica nell’autunno del 1991. In quel periodo stavo ancora lavorando alla serie Nomenklatura of Signs. Compresi che stavo combattendo contro il nulla e che la mia vena creativa rincorreva idee ormai obsolete.

    Il popolo Sovietico, privato della sua individualità da un regime criminale, aveva iniziato a trasformarsi da popolazione felice e sorridente, in un ammasso di ombre vaganti. Il mio intento fu di tradurre il mio “popolo ombra” in una metafora che potesse esprimere in maniera il più aderente possibile, la sua situazione attuale. Questa metafora divenne così il perno sia della mia creatività, che della nuova serie.

    Così decisi di piazzare la mia fotocamera all’ingresso della stazione della metropolitana Vasiliostrovskaya a San Pietroburgo, che è uno dei centri commerciali più affollati.

    La folla creava una sorta di mare umano che cercava di fluire ininterrottamente verso l’ingresso, suscitando nel mio animo una sensazione d’irrealtà e fantasmagoria: erano come ombre da un mondo sotterraneo.”

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    Delle immagini di questo lavoro quella che più di tutte ha attirato la mia attenzione è questa:

     

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    Alexey-Titarenko
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    È la fotografia citata dall’autore, scattata all’ingresso della stazione Vasiliostrovskaya della metropolitana a San Pietroburgo.

    Innanzitutto una breve premessa per porre in evidenza come la scelta di Titarenko di utilizzare la posa lunga sia molto meditata ed egli sia perfettamente consapevole del suo significato semantico. Egli stesso riferisce di come alla scuola di fotografia, abbia appreso perfettamente i meccanismi e i significati di questa modalità di ripresa:

    “…So, I knew all of this. And the philosophical aspect and the technical aspect of what a long exposure might do. And I took pictures when I was eight with long exposure when the light wasn’t enough. Especially, I loved the fireworks, so I was taking pictures of the fireworks, long exposures with a lot of people moving on the ground because there’s always a lot of people looking at the fireworks. But I didn’t have a feeling that this something that would help me in my artis- tic researches, and the first time I felt that long exposure might help me actually was when… I start it with the image I described in my artist statement, the subway station. This was a strong shock, emotional, and spiritual, intellectual also. So, after that I was really convinced that this was the way I have to follow. That’s it.”

    “…Così, sapevo tutto questo. Sia l’aspetto filosofico che l’aspetto tecnico di quello che una lunga esposizione fosse in grado di fare. Già quando avevo otto anni iniziai a scattare fotografie con lunga esposizione, quando la luce non era sufficiente. In particolare ho sempre amato i fuochi d’artificio, così mentre riprendevo, potei notare l’effetto delle esposizioni lunghe sulla massa di persone che si spostano davanti, dato che c’era sempre tanta gente a guardare i fuochi d’artificio. Ma ancora non afferrai come questo qualcosa mi avrebbe aiutato nelle mie ricerche artistiche e la prima volta ho compreso come la lunga esposizione mi avrebbe aiutato nella mia ricerca artistica fu quando… come ho descritto nel mio intento artistico, scattai alla la stazione della metropolitana. Questa fotografia rappresentò per me un forte shock emotivo e spirituale e anche intellettuale. Così mi convinsi che questo era il metodo che devo seguire. Tutto qui.”

    Quindi una scelta consapevole, dai risvolti lirici di grande impatto emotivo.

    La folla, anonima e congestionata, si muove non si sa verso quale meta. La sua forma indistinta rende molto bene il fluire del tempo, ma anche ci porge sentimenti di angoscia, che penetrano nel nostro profondo.

    L’inquietudine dell’essere nulla, prendendo coscienza di un’identità perduta, di una massificazione del proprio io, ci accompagna nella lettura di questa fotografia. Tale sensazione è esasperata dalla presenza sulle sponde, di alcune mani più evidenti, che sembrano gridare al mondo di esistenze perdute, dissolte in un mare di ombre vaganti.

    All’angoscia del nulla, Alexey contrappone la certezza dei corrimano, la solida realtà di un mondo freddo e impersonale: del metallo e del marmo; tutto su uno sfondo imperturbabile di palazzi e negozi avvizziti dal tempo.

    I contrasti tra il mosso della gente, così ricco ed esasperato, e il fermo dei palazzi e delle strutture ci gridano in faccia di come il tempo trascorra solo per noi umani, di come siamo precari e destinati all’oblio della memoria. Nulla resterà di noi, nemmeno un ricordo confuso e dall’angoscia passiamo al terrore dell’annichilimento.

  • PAOLO BONGIANINO E LA FOTOGRAFIA FRONTOVERSISTA

    NZVXVMPR_avatar_medium_squarePaolo Bongianino, un autore che ha sposato il “frontoversismo” in fotografia.

    Compito non semplice, per il pericolo di cadere succubi dell’ovvio. 

    Paolo ha saputo elevare il connubbio di due immagini stampate su fronte e retro, al rango di racconto concettuale, frantumando così il muro del banale.

    Le sue opere raccontano della contrapposizione tra mondi bucolici, ovattati e proiettati in un’atmosfera onirica di altri tempi, che accarezzano il cuore e la memoria richiamando languide emozioni e malinconie, e realtà quotidiane di metropoli grigie, angoscianti e violente. Alte volte le sue fotografie contrappongono finestre o portoni nei quali la fantasia spazia libera come in una libera associazione d’idee, propria dei surrealisti.

    Comunque sia, ogni opera è il frutto di un’attenta costruzione concettuale, dove nulla è lasciato al caso, anche quando il sentimento, nella sua accezione più pura, sembra prevalere in modo apparentemente acritico.

    La caparbia costanza di Paolo, ci regala così delle opere uniche, che non si lasciano interpretare adottando dei parametri semplificati, come potrebbe sembrare a una prima occhiata o all’indulgenza di un pubblico superficiale.

    Le sue opere, se inquadrate in una corretta esegesi, ricolmano tanto la mente come il cuore di decodificazioni ed emozioni inebrianti, che devono essere ricercate mettendo mano a parametri culturali e di sensibilità non comuni.

    [Best_Wordpress_Gallery id=”12″ gal_title=”BONGIANINO”]

     

     

    Il 15 settembre Paolo inaugura una sua mostra personale dal titolo:

     

     

    Arbor, arboris. Omaggio all’Albero della Vita

     

     

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    locandina[/image_lightbox]

  • ALBERTO GARCIA ALIX: TRA PORNEIA E IO INVADENTE

    ALBERTO GARCIA ALIX: TRA PORNEIA E IO INVADENTE

    alix_06Si tratta di un autore problematico, mi rendo conto della delicatezza e della “scabrosità” che potrebbe suscitare, ma, secondo me, nel panorama variegato degli autori interessanti, Alix va, a mio parere, annoverato tra i più geniali e controversi.

    Alberto Garcia Alix è un fotografo spagnolo, tuttora vivente, nato il 22 febbraio 1956 a Leõn, le cui opere si trovano esposte nei musei più importanti di tutto il mondo.

    Ha vissuto in prima persona tutto il periodo della dittatura franchista e poi la sua caduta, con la nascita della democrazia e della liberalizzazione del pensiero e dei costumi.

    Per la sua formazione di fotografo ha frequentato la facoltà di scienze dell’informazione, con specifico indirizzo sull’immagine e iniziato la sua carriera di fotografo pubblicando alcune sue immagini sulla rivista Star.

    Nel 1981 scopre la fotografia americana e, in particolare, rimane profondamente colpito da autori come Diane Arbus, Danny Lions e Walker Evans, che lasciano in lui un’impronta indelebile.

    La sua produzione fotografia pressoché tutta in analogico, è rivolta per lo più al ritratto in BN. Egli si schiera verso una ricerca continua nel mondo del disagio e di quello che i benpensanti chiamano “Marginalità sociale”, vivendo in prima persona le esperienze della droga e della vita “spericolata”.

    Le sue fotografie, crude, esibite senza imbarazzo, ci narrano di un mondo popolato da sesso, droga, omosessualità e deformità fisiche, mostrandoci corpi per lo più nudi, che sfiorano il pornografico senza tuttavia mai arrivarci.

    Il tatuaggio, di cui egli stesso si ricopre generosamente, è un elemento ricorrente delle sue fotografie, così come l’autoritratto.

    A proposito del significato di questa sua ricerca ossessiva della marginalità e del ricoprire il corpo con i tatuaggi, faccio mie le considerazioni di Massimo Recalcati, nel suo libro “L’uomo senza inconscio”, dove parlando dell’anoressia, ma il tutto lo possiamo traslare al nostro caso, scrive:

    “Nella clinica contemporanea il rifiuto isterico del corpo sembra radicalizzarsi torcendosi contro se stesso; diventando rifiuto del corpo nelle forme estreme di una sua degradazione distruttiva, di un vero e proprio attacco al corpo. Il corpo martoriato dell’anoressica, marchiato da piercing e tatuaggi, ricoperto da tagli reali (come nelle esperienze estreme dei cutters), mascolinizzato nell’attività frenetica ed estenuante dell’esercizio fisico o esibito senza veli nella sua mostrazione pornografica, ridotto a oggetto di sevizie e di attività masochistiche più varie, trasfigurato dall’uso sempre più illimitato e perverso della chirurgia estetica, sconvolto dalla chimica anestetizzante e ipereccitante delle nuove droghe, schiacciato dal consumo compulsivo, bulimizzato, obesizzato, attraversato da continue somatizzazioni, esposto a pratiche pulsionali devastanti e suicidane, costantemente angosciato dalla “mancanza della mancanza”, dall’eccesso di godimento, sono configurazioni del corpo nello spazio dell’ipermodernità che evidenziano il narcisismo nichilistico che lo avvolge. Sono, cioè, configurazioni del “rifiuto del corpo” nell’epoca della crisi del simbolico e del trionfo dell’oggetto reale di godimento.segnando le esperienze, fermandole nella memoria come del tutto particolari e sottraendole alla banalità delle altre esperienze quotidiane.”

    Il tatuaggio assume in lui, a mio parere, oltre che un significato di appartenenza a un mondo “diverso”, anche una sorta di ostentazione del proprio Io, misto, paradossalmente,  a un che d’insicurezza interiore che, in fondo, estrinseca una sua fragilità emotiva. Fragilità che si rende manifesta anche con utilizzo delle droghe (ammesso senza reticenze da lui stesso), verosimilmente vissuto sia come mezzo d’ispirazione artistica, sia come un suo totale coinvolgimento all’interno di un mondo ai margini.

    Il suo modo di riprendere i soggetti, senza intermediazioni di alcun genere, senza compromessi moraleggianti, ricorda molto Nan Goldin, e qui di seguito vi propongo alcuni esempi:

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    Come potete osservare le due caratteristiche principali sono la crudezza e l’ambiguo.

    La crudezza con cui egli ci rende delle realtà scomode, che preferiremmo relegare in un recesso nascosto del nostro Io di fragili benpensanti, ma che egli ci costringe a far emergere con tutto il dirompente disagio e sapore amaro che pervade il nostro animo.

    I soggetti si mostrano per quello che sono, senza alcun filtro che salvaguardi il nostro concetto di morale: ma di quale morale stiamo parlando? La nostra, forse un po’ bigotta e che preferisce eludere i problemi, o quella di Garcia, che ci pone di fronte a situazioni limite, ma reali, a un quotidiano fatto di sconfitte, degrado e abbrutimento. I suoi soggetti, come lui stesso, vivono l’abuso della droga, la libertà sessuale e il disinteresse per il domani. Egli ci propone l’antitesi del nostro mondo, ma il nostro mondo è quello giusto? Forse è solo quello che, ipocritamente, ci fa comodo e che talora rinneghiamo nel nostro privato più segreto.

    L’ambiguo, come diversità interferente con la tassonomia della nostra quotidianità: bene e male, bello e brutto, morale e amorale divengono termini senza senso. Tutto si mescola, tutto diviene, appunto, ambiguo, tutto si perde in quella penombra dell’anima, tanto che non ci consente più di distinguere tra le nostre certezze emotive e la crudezza di un mondo che ci appare estraneo, ma che tuttavia è terribilmente reale.

    Anche la deformità, come in Francis, è assunta, se non a un “bello”, quanto meno a una qualità necessaria al mondo di Alberto, quando riprende i temi della Arbus.

    La presenza così pressante dell’autoritratto, Garcia la giustifica con il fatto che all’inizio non aveva il denaro per pagarsi dei o delle modelli/e. Tuttavia la presenza così intrusiva nei suoi lavori, mi spinge a pensare che vi siano anche ulteriori motivazioni più profonde.

    Innanzitutto cerchiamo di comprendere l’essenza dell’autoritratto nei suoi risvolti psicodinamici.

    In prima battuta mi viene in mente di accomunare l’autoritratto a uno specchio. Lo specchio, in campo psicoanalitico, ha un significato preciso: è un mezzo attraverso il quale il bambino procede verso la maturazione del suo IO, acquisendo la capacità di simbolizzare e di acquisire la coscienza di sé come entità autonoma.

    Nel bimbo, soprattutto nei primi sei mesi, lo specchio è il volto della madre, con la quale egli si identifica. Se il rapporto con lei subisce storture traumatiche, anche il successivo rapporto con la propria immagine e il proprio IO diviene un’esperienza di tipo “Unheimlich”, cioè perturbante e lo specchio –e quindi l’autoritratto- assume l’ambiguo valore di una confessione e di un’accusa alla società: “Sono solo, così solo che non mi resta che produrre un mio autoritratto”. In questo mi ricorda l’autoritratto di Egon Schiele “Masturbazione”, in cui l’artista si ritrae nell’atto di masturbarsi davanti allo specchio:

    [image_lightbox title=”MASTURBAZIONE di Egon Schiele” full_img_url=”http://www.fotocultura.eu/blogw/wp-content/uploads/2015/08/alix_07.jpg”]
    alix_07
    [/image_lightbox]

    Atto attraverso il quale l’autore denuncia il grido strozzato di una solitudine senza speranza.

    In un certo senso lo specchio, o nel nostro caso l’autoritratto, diviene uno strumento ambivalente: se da un lato è di rassicurazione, per questi soggetti fragili che manifestano problemi d’identità, inoltre li rassicura della loro esistenza al mondo. Dall’altro si materializza il concetto freudiano di “perturbante”, cioè di qualcosa che è stato un tempo familiare e rassicurante, che però è divenuto inconscio per rimozione e che, in un secondo tempo, per un meccanismo d’inversione, da familiare e rassicurante, riaffiora dall’inconscio come estraneo e minaccioso: perturbante, appunto.

    Nell’autoritratto possiamo leggervi anche un fondo di narcisismo, come cito da “Lo specchio dell’IO” di Stefano Ferrari [Editori Laterza]:

    “L’apparecchio fotografico, anziché indurre i soggetti a mettere allo scoperto la propria personalità, sembra eccitare in loro, al contrario, l’impulso a nascondersi, a travestirsi, a deidentificarsi. Il modello, anziché cercare di definire la propria rassomiglianza, cerca di assomigliare a qualcun altro.”.

    Credo che la sua intima insicurezza (intesa come timore di non capire/amare il proprio corpo), il desiderio di renderci partecipi in prima persona del suo mondo “ai margini” e la necessità di mostrarsi in situazioni oltre il limite, siano le molle che lo abbiano spinto – e che tuttora intervengano – a fare dell’autoritratto una modalità di comunicazione per lui fondamentale.

    Tuttavia notiamo come nella fotografia che lo ritrae nell’atto di urinare, egli si mette una maschera, rifiuta di toccare il fondo, non vuole riconoscersi in un atto così basso e umiliante, che egli stesso, probabilmente, sente troppo oltre le righe.

    Molto di lui è spiegato anche in queste interviste:

    [video_lightbox title=”” video_url=”http://www.fotocultura.eu/video/Alix_1.mp4″]
    video1
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    video2
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    Come abbiamo avuto modo di ascoltare si confermano le impressioni sul suo modo di fotografare e sul significato dell’autoritratto.

    Veniamo ora alla fotografia di cui vi propongo la lettura il cui titolo è “Una Pequeña Historia De Amor” (“Una piccola storia d’amore”):

    [image_lightbox title=”” full_img_url=”http://www.fotocultura.eu/blogw/wp-content/uploads/2015/08/alix_08.jpg”]
    alix_08
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    Indiscutibilmente un’immagine mitica per il suo contenuto non certamente puramente indicale.

    Il braccio, che appartiene ad Alberto, fa rientrare la fotografia, in fondo, nell’ambito dell’autoritratto, ma non di un autoritratto fisico, bensì dei sentimenti intimi, della libera espressione del proprio Io, del personale sentire l’affettività e l’amore.

    In questa immagine, secondo me, abbiamo quattro elementi cardine per individuare la corretta chiave di lettura: l’avambraccio tatuato, il dito indice, il preservativo e il nodo al preservativo.

    Il suo avambraccio, con la mano sono gli elementi più intrusivi del fotogramma; essi occupano lo spazio più incombente e sono quasi invadenti, deponendo per un desiderio di protagonismo e di esibizionismo oltre le righe.

    I tatuaggi, dal disegno goticheggiante, trasmettono un messaggio diretto e inquietante, di appartenenza a un mondo distante dal nostro comune sentire. Un mondo fatto di paure, disagio e ombre, dove anche la violenza sia morale, che fisica ha un suo ruolo di protagonista.

    L’indice in questa posizione allude al simbolo fallico della forza e della supremazia, anche in questo caso, l’elemento maschile vuole prevalere per sottolineare continuamente la sua mascolinità, ma nello stesso tempo ci narra della sua debolezza e fragilità, dell’insicurezza, del continuo bisogno di conferme, quasi che egli dubiti della sua potenza coeundi, dell’identificazione con il sesso maschile e cerchi continue conferme.

    Nulla di più fallico, poi, del preservativo. Preservativo usato e chiuso da un nodo, potrebbe narrarci una storia di un rapporto finito, esaurito nell’atto sessuale della durata di minuti, freddo e senza affettività. Anche qui esce prorompente la personalità esibizionista e feticista dell’autore, il preservativo come souvenir, forse ricordo, di un momento, ma ancora una volta anche il continuo desiderio di sottolineare e testimoniare la sua mascolinità; quasi avesse costante necessità di rimarcare la sua capacità, la sua supremazia sessuale, che il suo stesso IO pone continuamente in discussione. Qui esce tutta la sua fragilità e debolezza: il nodo come simbolo di “castrazione”.

    Tuttavia la posizione della mano mi richiama prepotentemente alla mente la mano di Adamo, dipinta da Michelangelo nell’episodio della creazione della Cappella Sisitina: e questo ci propone un’altra metrica di lettura.

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    alix_09
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    Egli ci vuole proporre forse un’allegoria sarcastica e dissacrante della creazione? Potrebbe essere. L’avambraccio e la mano non riconoscono la purezza dell’atto creativo, ma ci pongono di fronte alla creazione non come atto escatologico, generosità di Dio, bensì la sua antitesi, la negazione della generazione della vita, sottolineata dalla presenza del mezzo anticoncezionale e rafforzato dal nodo. Da quel nodo che assume il compito di simboleggiare la sua chiusura all’affettività, alla gioia di donarsi e di aprirsi alla vita.

    Due letture, in fondo accomunate da una valutazione confluente sull’autore: esibizionista e narcisista, feticista e insicuro, ma nello stesso tempo arrogante e violento (non nel senso fisico del termine), sono queste le caratteristiche che delineano, a mio parere Alberto Garcia Alix e che traspaiono dalla lettura dalla sua fotografia. Antecedentemente ho fatto un accostamento con la fotografia di Nan Goldin. Rispetto alle foto della Goldin, dove si avverte chiaramente una sensazione di vera sofferenza per la violenza subita, di profondo coinvolgimento emotivo con i suoi personaggi, nelle immagini di Garcia, si percepiscono nettamente sentimenti di distacco emotivo, freddezza e di prevaricazione dell’IO del fotografo sugli altri. Il suo vivere nel e con il disagio non è una condizione di sofferenza, ma di compiacimento, io trovo quasi un che di sado/masochismo, uno stare bene così. Attraverso le sue fotografie non sono riuscito a trovare un vero phatos, cioè un dialogo, un mettersi in rapporto con gli altri, bensì solo un freddo egoismo, un volere prevaricare ed essere sempre nel ruolo di attore protagonista, di regista, che muove le sue pedine freddamente e con certosina ricerca del suo Io ipertrofico.

    O no?

  • CON GLI OCCHI DELL’ALZHEIMER

    CON GLI OCCHI DELL’ALZHEIMER

    alz_08Sapeste quante volte ho letto negli occhi dei parenti lo sgomento e la preoccupazione quando, mio malgrado, abbia dovuto comunicare loro che il congiunto presentava una diagnosi di demenza di Alzheimer.

    Credo che sia una delle malattie più devastanti che una famiglia si trovi ad affrontare, sì giacché mentre l’agonia di un malato di cancro dura qualche mese, quella di un paziente con demenza può durare anche più di un decennio.

    I miei Maestri sostenevano che l’Alzheimer è una malattia dei parenti ed è una verità sacrosanta. Mentre il malato perde ogni capacità cognitiva e quindi anche la coscienza della sua malattia, i congiunti vivono quotidianamente il peso di una progressiva degenerazione del carattere e della comunicazione, oltre che il lento e inesorabile decadimento fisico fino all’allettamento.

    Come medico mi sono trovato spesso a cercare di immaginare cosa prova un malato in fase avanzata: come vede il mondo che lo circonda? Quali sensazioni possono affollare la sua mente? Come fotografo mi è balenato il problema di come tradurre in immagini quello, o meglio, come un paziente vede ciò che gli ruota intorno.

    Innanzitutto lo spazio e il tempo. Ogni malato in fase avanzata, si trova relegato in un letto o su una carrozzina, dove trascorre gran parte della giornata con gli occhi fissi nel vuoto, in un ambiente ristretto. Persa la memoria del suo passato, incapace di pianificare il futuro, egli si trova imprigionato in un eterno presente, dove il giorno o la notte, le stagioni, le feste o le ricorrenze non hanno ragione di esistere.

    I grafismi della scrittura non parlano più né alla mente, né al cuore. I nomi, i volti e tutto ciò che lo circonda, sono una novità permanente: la continua scoperta di un ossessivo e immutabile presente.

    Anche gli oggetti di uso quotidiano, distorti da un’aprassia logorante, appaiono come estranei, nuovi, il cui utilizzo è ignoto.

    In questa confusione totale, in questa destrutturazione dello spazio e del tempo, il paziente trova il suo spazio di sopravvivenza e, paradossalmente, proprio nella perdita della “cognizione del tutto” e della sua condizione, egli può cercare di vivere il suo eterno attimo presente.

    Con le mie fotografie ho cercato di tradurre tutto ciò in immagini, sperando di esserci riuscito.

     

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