{"id":88,"date":"2015-05-13T11:46:50","date_gmt":"2015-05-13T09:46:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fotocultura.eu\/blogw\/?p=88"},"modified":"2015-05-13T20:23:01","modified_gmt":"2015-05-13T18:23:01","slug":"la-qualita-artistica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fotocultura.eu\/blogw\/2015\/05\/13\/la-qualita-artistica\/","title":{"rendered":"LA QUALIT\u00c0 ARTISTICA"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Illuminante scritto di Pio Tarantini,\u00a0pubblicato sul suo pi\u00f9 recente volume-saggio <strong>\u201cFotografia araba fenice. Note sparse tra fotografia, cultura e il mestiere di vivere\u201d<\/strong> Ed. Quinlan 2014, da meditare seriamente:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\nLA QUALIT\u00c0 ARTISTICA<br \/>\nCinquant\u2019anni dopo il saggio Apocalittici e integrati e cento anni dopo Duchamp, non \u00e8 semplice cercare di definire i parametri della qualit\u00e0 artistica. Spesso su queste pagine ho avuto modo di esprimere le mie perplessit\u00e0 rispetto ad alcune manifestazioni artistiche che paiono ripercorrere \u2013 a volte stancamente, a volte in modo pi\u00f9 creativo \u2013 le mille strade aperte dalle avanguardie storiche e in particolare dall\u2019idea duchampiana di ready made e di sradicamento totale delle modalit\u00e0 artistiche tradizionali. Si potrebbe affermare, con buona approssimazione, che l\u2019arte attuale, \u00e8 diventata sostanzialmente non pi\u00f9 ricerca di forme espressive che testimonino la capacit\u00e0 dell\u2019autore di comunicare trasformando la materia grezza in opera ma la sua capacit\u00e0 di comunicare un messaggio attuata attraverso un procedimento esclusivamente concettuale di inventare nuovi scenari attraverso una diversa contestualizzazione di oggetti esistenti; la pratica artistica, in definitiva, inventata da Duchamp.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\nApocalittici e integrati<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono trascorsi cinquanta anni da quando Umberto Eco, poco pi\u00f9 che trentenne, pubblicava nel 1964 Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, uno dei suoi testi pi\u00f9 famosi di semiologia e di analisi dei linguaggi. Nonostante l\u2019et\u00e0 il testo conserva freschezza di impianto e una non comune capacit\u00e0 divulgativa di mettere a fuoco e analizzare questioni fondamentali per la decodificazione della comunicazione nell\u2019et\u00e0 contemporanea. Se si pensa alla ricchissima bibliografia che, a partire dai primi anni sessanta, ha caratterizzato in un costante crescendo la cultura sulla comunicazione; se si pensa alla crescita esponenziale che la stessa cultura sulla comunicazione ha avuto in campo didattico, soprattutto in Italia, con la nascita, la proliferazione e l\u2019attuale sovrabbondanza di corsi di studi universitari dedicati, non si pu\u00f2 non constatare come in questo mare magnum sono pochi in definitiva \u2013 come d\u2019altronde sempre accade in tutte le discipline \u2212 i testi destinati a rimanere nel tempo. Apocalittici e integrati \u00e8 uno di questi.Eseguito questo doveroso omaggio, mi piace ricordare \u2212 in sintonia con quanto sostiene una marginale ma importante componente della critica d\u2019arte contemporanea \u2013 come alcuni passaggi del testo di Eco relativi a considerazioni sui linguaggi dell\u2019arte rivelino una sorprendente attualit\u00e0.<br \/>\nProvo brevemente a ricordarne alcuni momenti che ritengo importanti per il dibattito in corso nella critica d\u2019arte sul senso del \u201cfare arte oggi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Avanguardia e Kitsch<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo ambito Eco centra alcuni punti del tutto condivisibili, in particolare nel capitolo: &#8220;La struttura del cattivo gusto&#8221;: nel paragrafo Kitsch e cultura di massa l\u2019autore, tra l\u2019altro, riprende la fortunata formula sostenuta da Clement Greenberg in Avant-garde and Kitsch secondo la quale \u201cmentre l\u2019avanguardia (intendendola in generale come l\u2019arte nella sua funzione di scoperta e invenzione) imita l\u2019atto dell\u2019imitare, il Kitsch (inteso come cultura di massa) imita l\u2019effetto dell\u2019imitazione.\u201d E continua poco dopo: \u201c[\u2026] l\u2019avanguardia nel far arte pone in evidenza i procedimenti che portano all\u2019opera, ed elegge questi ad oggetto del proprio discorso, il Kitsch pone in evidenza le reazioni che l\u2019opera deve provocare, ed elegge a fine della propria operazione la reazione emotiva del fruitore\u201d: al proposito, in nota, Eco ricorda che \u201c\u00e8 questa la tematica della morte dell\u2019arte [\u2026]\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Preso atto di questo aspetto dell\u2019analisi di Greenberg per\u00f2 Eco ne sviluppa l\u2019assunto rovesciandone le conseguenze, precisando che il processo della nascita del Kitsch \u201cnon nasce come conseguenza dell\u2019elevarsi della cultura d\u2019\u00e9lite su livelli sempre pi\u00f9 impervi; il processo \u00e8 assolutamente inverso\u201d. E qui l\u2019autore dispiega un altro interessante momento di analisi, ricordando che l\u2019arte incomincia ad elaborare un concetto di avanguardia quando, per i motivi storici e sociali pi\u00f9 vari, si afferma, verso la met\u00e0 dell\u2019Ottocento, una cultura di massa che va dal romanzo popolare a una iconografia generale e personale non pi\u00f9 delegata alla ristretta cerchia delle arti tradizionali ma che trova nella fotografia lo strumento moderno di imitazione del mondo, nel senso di riproduzione bidimensionale pi\u00f9 o meno vicina alla realt\u00e0 percepita visivamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A quel punto l\u2019arte deve guardare altrove non solo a una rappresentazione realistica del mondo: nasce l\u2019impressionismo e di seguito tutti i movimenti ismi che hanno caratterizzato i primi decenni del Novecento, alcuni dei quali noti appunto come le Avanguardie storiche. Ecco allora che, per Eco, si sviluppa un complesso rapporto dialettico tra avanguardia e Kitsch \u201cpoich\u00e9 non solo l\u2019avanguardia sorge come reazione alla diffusione del Kitsch, ma il Kitsch si rinnova e prospera proprio ponendo continuamente a frutto le scoperte dell\u2019avanguardia\u201d. Intuizione geniale che spiega ancor oggi molti meccanismi dell\u2019industria culturale e dell\u2019arte, visti come \u201cuna continua dialettica tra proposte innovatrici e adattamenti omologatori\u201d. Il flusso avanguardia-Kitsch-avanguardia-Kitsch\u2026 pu\u00f2 essere forse oggi precisato, per quanto riguarda l\u2019aspetto pi\u00f9 strettamente inerente all\u2019arte come un flusso avanguardia-arte-comunicazione-Kitsch\u2026, l\u00e0 dove l\u2019inserimento del termine comunicazione serve a evidenziare quanto questo aspetto stia prevalendo nella ricerca artistica attuale. Quante performance, installazioni e manifestazioni le pi\u00f9 varie oggi hanno lo scopo non solo di stupire rifiutando il linguaggio tradizionale \u2013 prerogativa questa molto praticata da Duchamp in poi: al proposito ricorrono esattamente cento anni da quando Duchamp present\u00f2, investendolo dell\u2019aura concessa all\u2019opera d\u2019arte, il suo primo ready made \u2013 ma soprattutto pongono in primo piano non l\u2019aspetto formale dell\u2019opera ma il suo messaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019antica dialettica forma-contenuto, o se vogliamo, pi\u00f9 modernamente, significato-significante, si sviluppa in modo nuovo e se ancora nell\u2019epica duchampiana resisteva un margine di contemplazione verso l\u2019objet trouv\u00e9, nelle manifestazioni artistiche di oggi spesso prevale la trovata ad effetto: ed ecco che si ritorna al Kitsch in questo perpetuo mordersi la coda con l\u2019avanguardia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">La qualit\u00e0 artistica, oggi<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 stato necessario ricordare questi aspetti e queste tappe dell\u2019arte contemporanea e della sua critica per aiutarmi a rispondere alla domanda iniziale sulla qualit\u00e0 artistica oggi, la cui risposta personale non pu\u00f2 essere che per esclusione\/deduzione: i dubbi che costellano il mio percorso di autore e osservatore delle vicende artistiche contemporanee mi spingono a essere diffidente verso certe modalit\u00e0, pi\u00f9 o meno spettacolari o minimaliste che siano, praticate da buona parte dell\u2019arte attuale; sono quelle modalit\u00e0 sulle quali ho gi\u00e0 avuto modo di intervenire in qualche mia precedente nota apparsa su queste stesse pagine (tra cui l\u2019articolo Ambiguit\u00e0 e banalit\u00e0 del contemporaneo, pubblicato nel 2006 sulla rivista Around Photography e riproposto sul n\u00b0 6 del riContemporaneo.org). Alla luce di queste mie diffidenze verso un\u2019arte divenuta comunicazione spettacolare \u2212 spesso voluta e imposta da un mercato che deve autoalimentarsi per evitare il crollo di tanti miti sul limite della bolla speculativa \u2013 \u00e8 evidente che per me la qualit\u00e0 dell\u2019arte consiste nella ricerca faticosa, lenta, problematica di forme e modi nuovi di interpretazione del mondo, guardando non solo al mercato e ai desiderata di galleristi, critici e curatori spesso interessati solo alla creazione di nuovi fenomeni da lanciare sul mercato, ma guardando nel profondo della propria anima, per cercare quegli stimoli, quelle motivazioni profonde da cui pu\u00f2 veramente scaturire il corto circuito tra il pensiero, il talento personale e la necessit\u00e0\/capacit\u00e0 di contribuire alla decodificazione del mondo e della nostra presenza su di esso. Un\u2019arte lenta e faticosa, che non vuol dire necessariamente modesta o contenuta o poco spettacolare o del tutto disinteressata all\u2019aspetto economico, ma che \u2212 rifiutando il Kitsch, come ricordava Eco citando Greeberg, che imita l\u2019effetto dell\u2019imitazione \u2013 si sforzi davvero di trovare strade nuove e convincenti di interpretazione del mondo, non importa se realizzate con una installazione grandiosa come i Sette Palazzi Celesti di Kiefer all\u2019Hangar Bicocca di Milano o con una piccola scultura-installazione di pochi centimetri realizzata con un legnetto e un po\u2019 di fil di ferro da Fausto Melotti.Se oggi \u00e8 impensabile poter fare arte rintanato come un boh\u00e9mien squattrinato in una soffitta di Parigi o andandosene a Tahiti, dovrebbe per\u00f2 essere doveroso fare arte ribaltando il pensiero dominante e sapendo che non siamo fatti della stessa materia dei soldi ma di quella dei sogni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Chi \u00e8 Pio Tarantini<\/strong><\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" data-attachment-id=\"89\" data-permalink=\"https:\/\/www.fotocultura.eu\/blogw\/2015\/05\/13\/la-qualita-artistica\/ritrattotarantini\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.fotocultura.eu\/blogw\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/RitrattoTarantini.jpg?fit=200%2C300&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"200,300\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"RitrattoTarantini\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.fotocultura.eu\/blogw\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/RitrattoTarantini.jpg?fit=200%2C300&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.fotocultura.eu\/blogw\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/RitrattoTarantini.jpg?fit=200%2C300&amp;ssl=1\" class=\"alignleft  wp-image-89\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.fotocultura.eu\/blogw\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/RitrattoTarantini.jpg?resize=151%2C227\" alt=\"RitrattoTarantini\" width=\"151\" height=\"227\" \/>Nato nel 1950 a Torchiarolo, nel Salento, Pio Tarantini ha compiuto studi classici a Lecce e poi Scienze Politiche all&#8217;Universit\u00e0 Statale di Milano dove si \u00e8 trasferito nel 1973. La sua prima mostra su temi sociali e ambientali ha luogo a Brindisi nel 1972; a Milano, negli anni settanta, approfondisce i suoi interessi letterari e cinematografici e fotograficamente pratica una ricerca eclettica in cui convivono aspetti pi\u00f9 documentari con esperimenti legati alle arti figurative tradizionali. In questo ambito comincia la sua ricerca sul \u201cmosso\u201d in fotografia, che proseguir\u00e0 lungo tutto il suo percorso artistico.<br \/>\nNei primi anni ottanta espone i suoi primi lavori a colori su alcuni aspetti artistici, compresi quelli minori, del Salento: una selezione di questi lavori viene pubblicata sul numero di Dicembre 1987 sulla prestigiosa rivista d\u2019arte DU, di Zurigo.<br \/>\nNel 1985 realizza gran parte del suo importante lavoro sulla memoria e sul tempo Il passato e i pensieri. Negli stessi anni apre a Milano la galleria La Camera Chiara e comincia a scrivere di fotografia; in questa veste collabora come giornalista-critico con diverse pubblicazioni. Ha insegnato Linguaggio Fotografico e Storia della Fotografia presso il centro R. Bauer (ex-Umanitaria) di Milano, e dal 1995 insegna Fenomenologia degli Stili presso la sede milanese dell\u2019Istituto Europeo di Design; sugli stessi temi tiene corsi e conferenze presso associazioni e scuole pubbliche e private.<br \/>\nNegli anni novanta \u00e8 chiamato come relatore a conferenze e seminari sulla fotografia tenuti presso alcuni corsi di Facolt\u00e0 universitarie di Milano (Scienze Politiche, Sociologia, Lettere, Architettura).<br \/>\nHa partecipato al progetto sui beni architettonici e ambientali (Archivio dello Spazio) della Provincia di Milano (1987-1997). Ha collaborato al progetto di Sociologia Visuale Photometropolis presso la Facolt\u00e0 di Sociologia dell\u2019Universit\u00e0 Milano Bicocca.<br \/>\nE parallelamente a un suo studio a carattere sociologico-visuale, Milanopoli. L\u2019immagine della citt\u00e0. Il nuovo paesaggio urbano, (1998), collegato anche a tale progetto, ha realizzato nel corso degli ultimi venti anni un consistente corpus fotografico sulle trasformazioni dell\u2019area metropolitana milanese.<br \/>\nDal 2003 al 2009 ha collaborato con la Galleria Fotografia Italiana Arte Contemporanea di Milano con cui ha realizzato due mostre personali e numerose collettive e per la quale \u00e8 stato coordinatore di redazione della pubblicazione \u201cPagine di Fotografia Italiana\u201d. Continua a scrivere articoli di riflessione sulla fotografia e presentazioni di lavori di altri fotografi.<br \/>\nI suoi lavori sono stati esposti dal 1982 in gallerie private e sedi pubbliche in Italia e all\u2019estero e su di essi sono stati scritti saggi e articoli da parte di molti tra i maggiori critici e giornalisti d&#8217;arte italiani.<br \/>\nIn ambito saggistico ha pubblicato i volumi Fotografia. Elementi fondamentali di linguaggio, storia, stile (2011) e Fotografia araba fenice (2014).<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.pio.tarantini.com\/index.html\" target=\"_blank\">Il suo sito<\/a><\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Illuminante scritto di Pio Tarantini,\u00a0pubblicato sul suo pi\u00f9 recente volume-saggio \u201cFotografia araba fenice. Note sparse tra fotografia, cultura e il mestiere di vivere\u201d Ed. 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